I segreti del conticidio: Marco Travaglio tra propaganda e qualche sprazzo di verità

I segreti del conticidio: Marco Travaglio tra propaganda e qualche sprazzo di verità

Diciamo la verità: un libro del genere lo abbiamo letto solo perché ci è capitato tra le mani a due euro su una bancarella. “I segreti del conticidio – il golpe buono e il Governo dei Migliori” ricade senza dubbio nella categoria degli instant-book, quei libri che vengono scritti a ridosso di qualche evento e di solito vengono dimenticati subito dopo. Travaglio racconta la storia della fine del secondo governo Conte nel corso del 2021, non molti mesi dopo la scenetta delle dimissioni di Conte su un tavolino davanti a Montecitorio.

Il libro in sé è curioso: da un lato il Marco nazionale non fa altro che intonare canti e lodi al suo beniamino di Vulturara Appula, dall’altro finisce comunque per dire una porzione di verità su come l’informazione italiana (e non solo) nel suo complesso obbedisca a una o più cabine di regia. La scrittura è comunque piacevole, Travaglio sa come divertire il lettore e strappargli una risata, sia quando vuole farlo che in maniera del tutto involontaria: per esempio quando verga pagine piene di miele ed entusiasmo su come Giuseppi abbia fatto di qui, fatto di là, risolto questo e quello, fatto amicizia con la Merkel e con Trump, quando si è rivelato – insieme al suo successore Draghi – il peggior presidente del consiglio dal 1945.

Nel libro stesso troviamo qualche accenno alle origini di Conte: figlio di un segretario comunale, appoggi in ambienti vaticani, studi brillanti e così via fino alla collaborazione con Guido Alpa, giurista e titolare di un prestigioso studio di consulenza tributaria particolarmente attivo con la Repubblica Popolare Cinese. “Un cattolico moderato ispirato da Dossetti e Moro, un elettore dell’Ulivo”, lo descrive Travaglio. Un democristiano, forse, ma non certo della caratura e del livello – appunto – di Aldo Moro o di Giulio Andreotti.

Eppure Giuseppi Conte diventa presidente del consiglio spinto dal quel “movimento” creato a tavolino che riunisce ufologi, missini nostalgici, verdi orfani del partito, gente che vuole scassare e maoisti più o meno nascosti: i Cinque Stelle, pochi se lo ricordano, hanno riscosso consensi anche a destra prima di diventare, come profeticamente previde Guglielmo Picchi (Forza Italia prima e Lega poi) nel lontano 2013, una stampella del PD.

Una delle verità del libro è che il presidente della Repubblica, l’ineffabile Mattarella, all’inizio fa di tutto per non nominare un presidente del consiglio né grillino né leghista. Difatti conferirà un mandato esplorativo al buon Cottarelli, quello che ai tempi di Monti è stato responsabile della tragica spending-review (quando c’è da pronunciare una supercazzola in Italia la si pronuncia sempre in inglese) che ha avuto come risultato un’impennata del debito pubblico anche rispetto al governo precedente presieduto da Berlusconi. Cottarelli non convince nessuno, altre settimane di consultazioni finché dopo ben tre mesi e mezzo la diciottesima Legislatura arriva finamente a un compromesso imprevisto, quello del giurista foggiano.

Il primo governo presieduto da Giuseppi, così nominato da Trump in una lettera di circostanza di quelle che i presidenti americani dedicano ai governanti della periferia dell’Impero che li ospitano, lo vede all’ombra dei Dioscuri Di Maio e Salvini, uno ministro degli Esteri e l’altro degli Interni. Passa un anno così, con i Cinque Stelle che si vantano di avere abolito la povertà e di avere portato l’onestà al governo, un proclama ridicolo quanto chi ci ha creduto, mentre i due Dioscuri si prendono il merito di tutto e del contrario di tutto ci si chiede cosa ci stia a fare Conte davvero.

Finché, siamo nell’estate del 2019, Salvini improvvisa il suo show a Cervia crededo di poter scalzare i grillini e di andare a elezioni anticipate: lui che in quel momento sembra godere del trentasei per cento dei consensi.

Naturalmente la manovra gli si ritorcerà contro.

Conte esce dal suo grigiore abituale e si ricorda di essere presidente del consiglio, crisi di governo, Mattarella gli affida un secondo mandato.

Se buona parte dell’elettorato grillesco il 4 marzio del 2018 ha contribuito a mandare al governo il “movimento” che ha fatto della lotta al PD uno dei suoi assunti propagandistici, sarà proprio il PD che consentirà a Conte e ai suoi di continuare a stare sullo scranno, con gli splendidi risultati che conosciamo. La squadra dei ministri infatti vede talenti quali il solito Di Maio, ministro degli esteri che certe volte non riesce a farsi capire in quella che dovrebbe essere la sua lingua madre, o la Bellanova, veterana del sindacalismo pugliese imposta da un pestifero Renzi.

Ricordiamo altri statisti come Francesco Boccia, ministro agli Affari Regionali e Autonomie (qualunque cosa voglia dire), Bonafede alla Giustizia, o la Lamorgese agli Interni: ma soprattutto il sinistro Roberto Speranza che tanto si distinguerà nel 2020.

Già, il 2020.

Perché è vero che i grillini sono saliti agli onori delle Camere in virtù dei voti di chi crede che gli alieni e le scie chimiche siano un problema nazionale, ma lo è altrettanto che il “movimento” farà di tutto per materializzare i peggiori incubi complottari, e farà diventare complottista anche chi non lo era.

Per quanto ci riguarda, siamo portati a pensare che il 2020 sia stato fondamentalmente un processo macro-economico e sociale che aveva il fine di eliminare piccola impresa e classe media per mettere tutto nelle mani di pochi fondi di investimento attraverso lo sconquasso continuato di ogni forma di vita organizzata. I risultati ampiamente prevedibili, recessione economica e inflazione, ci stanno ancora ammorbando a quasi cinque anni di distanza. Più semplicemente di così non potremmo spiegarlo. Il governo presidente del consiglio voluto e sostenuto da chi pretendeva di lottare contro i cosiddetti poteri forti ha messo in pratica tutti i peggiori incubi descritti in romanzi distopici come “1984” o “Il mondo nuovo”. Un bel risultato per chi è andato là proclamando di fare gli interessi del popolo. Quel popolo che, quando viene nominato, è sempre bene che cominci a preoccuparsi.

Il triste armamentario propagandistico del 2020 ce lo ricordiamo benissimo, dalla famosa frase “io resto a casa”, pronunciata proprio da Giuseppi nel corso della conferenza stampa del 10 marzo in cui annunciava la messa ai domiciliari di un Paese, alle decine di slogan demenziali come “ai nostri nonni hanno chiesto di andare in guerra, a noi solo di stare sul divano”. Certo, perché ai nostri nonni hanno “chiesto” di andare in guerra? Comincia da lì una campagna di terrorismo mediatico feroce contro chi osa sommessamente far notare che tenere la gente a casa e distruggere ogni forma di vita organizzata che non sia il terrore della morte sia un tantinello esagerata. Ci ricordiamo bene gli elicotteri lanciati all’inseguimento di qualche solitario individuo al passeggio sulla spiaggia, ci ricordiamo le camionette con gli altoparlanti per lanciare ordini in stile occupazione nazista, ci ricordiamo le conferenze stampa del Giuseppi in cui proferiva concetti quali “concediamo”, “non concediamo”, “parenti stretti”, “relazioni significative”, e così via di delirio in delirio. Quello stato di assedio che avrebbe dovuto durare tre settimane, sempre troppe comunque, finirà per gravare come una cappa di piombo per oltre due mesi, risolvendosi in un’altra marea di idiozie come i pannelli di plexiglas sui banconi dei bar o gli addetti per misurare la temperatura all’ingresso dei supermercati.

Di cose come cure alternative, di quando hanno impedito le autopsie sui morti da “morbo”, di quando i loro corpi sono stati fatti sparire cremandoli in massa, e delle tristi sceneggiate come quella dei camion militari a Bergamo probabilmente nessuno renderà mai conto.

Questo per descrivere il contesto in cui quello che secondo Travaglio è lo statista migliore di tutti i tempi opera.

Uno dei tormentoni del libro in effetti è il modo in cui Conte sarebbe riuscito a strappare a quell’altra magnifica istituzione che è l’Unione Europea un consistente prestito per finanziare sprechi di ogni tipo, quello che conosciamo come Recovery Fund.

La sua lotta contro i “frugali” governi di Olanda e Austria, la sua improbabile alleanza con la Merkel, il suo programma di spesa concepito mentre tutto l’apparato informativo italiano e non solo lo danno per sconfitto in partenza.

Capiamoci: non solo non si sarebbe mai dovuti arrivare alla paralisi totale, ma nemmeno elargire soldi a destra e a manca pretendendo di sanare il danno. Di fatto, tra PNRR e Recovery Fund l’Italia si troverà indebitata per i decenni a venire, e tutto questo per finanziare opere basilari quali piste ciclabili o ponti tibetani (sì, anche i ponti tibetani), senza tralasciare gli sprechi abissali condotti in ambito sanitario.

Un’altra cosa magnificata da Travaglio sono i tira-e-molla sull’acquisto dei vaccini e i dati mirabolanti su come l’Italia sia da subito in testa al continente per numero di punture.

Ma tutto questo per Travaglio non conta.

Conta invece il complotto che i soliti poteri forti hanno tramato per spartirsi il ricco bottino portato a casa proprio da Conte. Ecco, questa dei giornali che davano il governo per prossimo al disastro e incapace di programmare alcunché è una bugia che riconosciamo anche noi come tale, perché Conte e i suoi accoliti sono stati bravissimi nel creare le premesse per un disastro dal quale non ci riprenderemo mai. Se c’è un simbolo, al di là delle pezze facciali e del gel disinfettante, che può raccontare bene questa epopea è quello dei banchi a rotelle per le scuole: una sorta di girelli di plastica costati all’Erario oltre quattrocento milioni di euro e poi buttati in discarica non molti mesi dopo.

Tra un’impresa e l’altra del suo beniamino, descritta con toni pomposi e ridicoli da cinegiornale Luce, si dipanano le vicende parallele di un Renzi che vuole fare l’ago della bilancia mentre già dall’estate 2020 si fa insistentemente il nome di Draghi, descritto come l’unico semidio capace di sanare la situazione e di restituire credibilità all’Italia.

Su questo siamo d’accordo con Travaglio, Draghi è stato letteralmente imposto dai circoli finanziari per fare i loro interessi. Ma, chiosiamo noi, Draghi è servito per piantare l’ultimo chiodo di una bara in cui l’Italia è stata gettata già nel maggio del 1992.

Un altro personaggio significatico è quel Colao Meravigliao (anche Travaglio lo chiama così), dirigente della Vodafone entrato pubblicamente in scena nell’estate 2020, ma già presente dietro le quinte da prima: a lui e ad altri come lui si devono le scelte che ci hanno donato cose come la Pec e lo Spid, ovvero quegli strumenti grazie ai quali anche rinnovare una carta di identità diventa un’odissea di settimane. E pensare che sono stati pure pagati per questo. Colao Meravigliao parteciperà a quella baracconata degli Stati Generali salvo poi tornare alla ribalta come ministro dell’Innovazione Tecnologica e della Transizione Digitale. Come se fosse Antani anche per voi, chiaramente.

Il fuoco di sbarramento contro il giurista pugliese si intensifica progressivamente col terminare del 2020, quando una non imprevedibile “seconda ondata” (ma non era tutto finito a giugno? hanno fatto pure esibire le Frecce Tricolori per dirlo) ripiomba il Paese sotto la cappa di piombo dello stato di assedio.

Conte ci regala altre trovate come le zone a colori e il coprifuoco. Si dice che l’idea delle zone a colori, dove le “misure” vengono attuate con gradualità a seconda della famigerata “curva dei casi”, venga dalla Germania, sarà vero? Di fatto Giuseppi la sposa con entusiasmo minacciando che “se le regioni non sono d’accordo riapplicheremo il lockdown nazionale”.

Con il riapparire delle “misure” si assiste a un’ondata di proteste di piazza un po’ ovunque, un’ondata che si spegnerà misteriosamente dopo un paio di settimane, ma non prima di averci almeno donato la soddisfazione di vedere fuggire da Napoli uno dei più ardenti seguaci dello stato d’assedio, l’immarcescibile presidente della regione Campania De Luca.

Per brevità arriviamo finalmente a inizio 2021, quando un Renzi sempre più scatenato fa mancare il terreno sotto i piedi del governo. Viene votata due volte la fiducia, alla prima l’esecutivo regge grazie ai voti di uno o due grillini fatti uscire velocemente dalla doccia, alla seconda la parabola del secondo governo della diciottesima legislatura termina poco dignitosamente su un tavolino da mercato dal quale Conte proclamerà il suo ultimo discorso da presidente del consiglio: di fronte a Montecitorio, in una fredda giornata invernale, indossando la pezza di ordinanza per non smentirsi.

Il resto della storia lo raccontiamo noi: Draghi ricicla i peggiori ministri dell’ultimo governo, a cominciare da quello Speranza ministro della Salute che proprio un’immagine di salute non dà e dall’inaffondabile Di Maio, viene visto dagli ingenui come quello che ci porterà fuori dalle “misure”, fatto salvo che di lì a poco le “misure” verranno inasprite da quella vergogna del green pass. Dal commissario per l’emergenza Arcuri al glorioso generale Figliuolo, ricompensato forse per essere stato l’organizzatore della parata di camion a Bergamo pochi mesi prima.

Insomma, un libro che fa apologia di un personaggio non certo brillante, ma che racconta bene come i poteri forti, quelli che i grillini avrebbero voluto combattere ma poi hanno assecondato con entusiasmo prima di essere ridotti a stampella degli stessi, abbiano un predominio assoluto sull’informazione italiana. Tra le perle, visto che Travaglio è molto preciso nel riportare i titoli della stampa giorno per giorno, anche quelle di un giornale come “La verità” non ancora convertito all’anticovidismo, dove sottolineano i ritardi sulla campagna vaccinale e sugli acquisti di materiale sanitario.

Insomma, una pagina di storia (la peggiore dal 1945) raccontata come se fosse l’epopea di un Leonardo da Vinci o di un Giuseppe Verdi. Invece è stata solo quella di un Giuseppe Conte e di sessanta milioni di ostaggi.

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