Da cittadini a servi: verso la tecnocrazia europea.

Da cittadini a servi: verso la tecnocrazia europea.

Di Antonio Sparano

  Nel suo discorso del 16 settembre a Strasburgo sullo stato dell’Unione Europea, la presidente Ursula von der Leyen ha affermato, parafrasando Dickens: «Lo stato dell’Unione, oggi, è più forte che mai, ma è contemporaneamente percepito come più precario che mai.».

  Il discorso è durato circa un’ora ed ha toccato più temi: la guerra in Ucraina, la presunta minaccia russa, la Cina, la crisi di Hormuz, l’emergenza ambientale, quella  migratoria con gli accadimenti di Ceuta, le relazioni commerciali con il Canada. Tuttavia, il punto focale della sua arringa resta la frase citata poc’anzi, poiché, nemmeno troppo velatamente, è sembrata foriera di nuove iniziative liberticide a danno dei cittadini europei.

 Gli argomenti affrontati, infatti, considerati separatamente, potrebbero apparire, se non condivisibili, quantomeno ragionevoli, ma dalla von der Leyen sono introdotti per giustificare imminenti provvedimenti che con essi non hanno alcun nesso logico.

  Tale distorsione cognitiva è emersa con evidenza nella parte conclusiva del suo discorso, quando ha indicato in una più intransigente regolamentazione delle piattaforme social la panacea alle principali minacce che, attualmente, attanaglierebbero il Vecchio Continente. In quella circostanza la von der Leyen ha annunciato, per il giorno seguente, la presentazione da parte della Commissione da lei presieduta del Kids Act, che ha compendiato in due principali iniziative: 1) nessun social media prima dei tredici anni, nessun account personale prima dei quindici; 2) tra i tredici e i quindici anni saranno ammessi soltanto “mini account”, creati e supervisionati dai genitori o dai tutori, con funzionalità limitate e un tempo di utilizzo massimo di un’ora al giorno. Il testo proposto dalla Commissione Europea il 17 settembre mira a regolamentare non solo i social network come Instagram o Tik Tok, ma anche piattaforme video come YouTube, videogiochi, chatbot ed intelligenza artificiale.

  A supporto della sua proposta, la von der Leyen ha citato il caso di Oléa Orban, la ragazzina belga di 14 anni che nell’agosto scorso si è tolta la vita perché vittima di cyberbullismo, con il chiaro intento di cavalcare l’onda emotiva suscitata nell’opinione pubblica e renderle non solo tollerabile, ma addirittura appetibile l’ennesimo attacco della cricca di Bruxelles alla libertà degli europei.

  Sia chiaro: il caso di Oléa Orban è atroce e ciò è indiscutibile, ma l’ingegneria su cui si regge la legge proposta dalla Commissione Europea lo è sicuramente. Infatti, per impedire ad un bambino di dodici anni di aprire un proprio account la piattaforma deve sapere che è un dodicenne e non c’è modo di saperlo se non attraverso la verifica, l’accertamento dell’età di tutti gli utenti. Non esiste, ad oggi, un dispositivo informatico capace di identificare i minori senza violare la privatezza di tutti gli altri fruitori.

  D’altronde, l’armamentario in tal senso è stato già predisposto da tempo. Lo scorso 15 aprile sempre la Commissione ha presentato l’ EUDI Wallet, un portafoglio digitale personale in formato app. Con il pretesto della praticità – oltre a carta d’identità, passaporto e patente di guida, nell’ EUDI Wallet potranno essere conservati anche titoli di studio, attestazioni professionali, badge aziendale, biglietti aerei e abbonamenti – si è introdotto uno strumento unico per l’autenticazione dei cittadini europei che intendano accedere ai servizi online pubblici o privati e, sebbene non ancora obbligatorio per la popolazione, ciascun paese membro della UE è tenuto a rendere disponibile un Wallet già conforme entro la fine del 2026.

  La strategia attuata dal potere risulta essere ancora una volta lampante. In primo luogo, lo strumento, in questo caso l’introduzione dell’ EUDI Wallet; quindi, il consenso, costruito sulla reazione emotiva suscitata da fatti di cronaca che, purtroppo, hanno come protagonisti bambini o adolescenti; infine, la legge, invocata da una parte dell’opinione pubblica (non sempre quella maggioritaria, ma sicuramente la più “rumorosa”), che rende lo strumento obbligatorio.

  Eppure, il nocciolo della questione è proprio questo: quanto tempo può trascorrere un bambino o un adolescente di fronte ad uno schermo lo devono decidere i genitori non una commissione. Una norma che sottrae questa decisione alla famiglia, le toglie responsabilità per trasferirla allo stato, il quale, di fatto, si sostituisce ad essa appropriandosi di uno spazio dal quale, al contrario, dovrebbe restare rigorosamente fuori.

  Ad onor di cronaca va detto che se tale bramosia liberticida è insita nella natura stessa delle istituzioni europee, è pur vero che essa, dopo più di ottant’anni, ovvero, dopo la caduta dei regimi totalitari che portarono allo scoppio della Seconda guerra mondiale, sembra si stia imponendo nuovamente anche nei governi nazionali.

  Il 15 settembre scorso, a Berlino, in occasione della premiazione dei vincitori del concorso scientifico per giovani talenti, lo “Jugend Forsch”, ad una domanda di un partecipante se sia realmente possibile conciliare l’obbligo di identificazione in internet con il giornalismo d’inchiesta, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha risposto senza mezzi termini che, secondo la sua visione, la libertà d’espressione assume una rilevanza secondaria di fronte al pericolo dell’informazione falsa ed è per questo motivo che da febbraio chiede al Bundestag, il parlamento tedesco, che approvi la Klarnamenpflicht: l’identificazione obbligatorio sui social network  dei cittadini tedeschi.

  Se spostiamo lo sguardo aldilà della Manica, noteremo che si respira lo stesso opprimente clima. Nel Regno Unito, infatti, vige la ormai celebre Sezione 127, una norma del 2003 che regolamenta i reati penali e la condotta sui social media. Questa legge punisce i messaggi gravemente offensivi  (grossly offensive), ma, a tutt’oggi, nessun cittadino britannico sa esattamente cosa si intende con tale definizione. Ciò che è certo è che in nome di tale vaghezza, in Gran Bretagna, vengono realizzate, in media, trentatré detenzioni al giorno.

  Eppure, non  bisogna cadere nell’errore di considerare la nebulosità di tale legge e le insensate aspirazioni del cancelliere tedesco e della presidente della Commissione Europea come il punto estremo di un progetto politico; costituiscono, piuttosto, ed è qui che emerge il loro aspetto più inquietante, l’inizio di ciò che la stessa von der Leyen ha definito, già a partire dagli anni della cosiddetta emergenza sanitaria, con l’orwelliana definizione di “guerra cognitiva”. A suo dire, gli europei formerebbero le proprie opinioni partendo da informazioni affidabili ed indipendenti, quelle fornite dal mainstream, che ne costituirebbero il presupposto fondamentale. Tuttavia, nell’era dei social network sarebbero costantemente bersaglio della disinformazione. Da qui la necessità, per la presidente della Commissione Europea, di uno strumento inoppugnabile a tutela di quello che la stessa von der Leyen definisce, paradossalmente, come “resilienza democratica”.

  Questo strumento dovrebbe essere l’ EMFA (European Media Freedom Act), il regolamento europeo sulla libertà dei media, entrato in vigore il 7 maggio 2024, il quale secondo i tecnocrati di Bruxelles, consentirebbe alle istituzioni europee di prevedere, individuare e rispondere alla disinformazione, trattando, di fatto, tutti i cittadini europei come dei minori indifesi o, peggio ancora, come dei minorati mentali.

  Quando a conclusione del suo discorso sullo stato dell’Unione Europea la von der Leyen ha annunciato il progetto della Kids Act, riferendosi alle piattaforme social e alla IA ha affermato che, nel futuro prossimo, bisognerà invertire l’onere della prova: le prime dovranno dimostrare che sono sicure e i modelli di intelligenza artificiale che non sono pericolosi, gli utenti dovranno confermare la propria età e chi vorrà esprimere la propria opinione in rete dovrà identificarsi. Eppure, in uno stato di diritto, l’onere della prova spetta a chi accusa, mentre a Strasburgo, lo scorso 17 settembre, si è deciso, tra gli applausi, che da quel momento sarebbe toccato all’accusato.

  Ma se ancora non fosse chiaro e evidente la direzione imboccata dalle istituzioni europee, è opportuno soffermarsi sulle iniziative legislative che hanno proposto e approvato negli ultimi due anni. Oltre alle già citate EUDI Wallet e Kids Act, ricordiamo: il Prüm II, il quadro normativo dell’Unione Europea che regolamenta lo scambio automatizzato di informazioni tra le autorità di polizia degli stati membri; la EU Artificial Intelligence Act, il regolamento che disciplina l’intelligenza artificiale in Europa, del 1o agosto 2024; il chat control, il regolamento per la prevenzione e la lotta contro l’abuso sessuale sui minori, del 26 novembre 2025; la Age Verification, la verifica dell’età per i servizi online, del 15 aprile 2026; la Digital Fairness Act, la cui approvazione è prevista per quest’anno; la Anti-Money Laudering Authority, il regolamento europeo dell’antiriciclaggio, che, a partire da luglio 2027, introdurrà un limite massimo unificato di diecimila euro per la transazioni in contanti in tutta l’Unione Europea; l’introduzione dell’ euro digitale, con le prime sperimentazioni a partire dalla metà del 2027.

  Ciascuna di queste norme, o aspiranti tali, nasce con un pretesto differente: la protezione dei minori, contro le truffe, il terrorismo, il riciclaggio, a favore della salute mentale, della sicurezza europea; eppure, tutte mirano allo stesso obiettivo: identificazione obbligatoria, tracciabilità permanente e un cittadino che smetta di essere un presunto innocente e si converta automaticamente in un sospettato, come in Minority Report, il racconto distopico scritto da Philip Dick, poi divenuto anche un film.

  Volendo descriverlo metaforicamente: non si stanno edificando mura carcerarie, che, in quanto evidenti, possano spingere i cittadini ad unirsi spontaneamente per abbatterle. Ciò che si sta istallando subdolamente è un gate, come quelli presenti agli aeroporti: un varco, che ti consente di passare a patto che gli mostri un chip. I minori sono il motivo per cui si istalla, gli adulti il traffico che lo attraverserà; ma, una volta installato, il gate non si chiederà il motivo della sua introduzione, si limiterà a registrare solo chi lo attraversa. Tra l’altro, tale progetto si sta finanziando con le imposte dei contribuenti europei: siamo noi, con le nostre tasse, a sovvenzionare il varco che ci condurrà dritti verso l’edificazione di un panottico sociale.

  Dunque, ciò che qui si discute è la gestione europea dei possibili rischi legati all’impiego dei social media e della IA, ovvero, il meccanismo politico che automaticamente le istituzioni europee attivano ogni qual volta ne compare uno nuovo: 1) minaccia, 2) paura, 3) protezione, 4) anticipazione, 5) regolamentazione. Prima di normare le nuove tecnologie, i burocrati di Bruxelles dovrebbero, invece, assicurarsi che rappresentino un pericolo concreto per i cittadini ed in tal caso rispondere in maniera proporzionata, evitando che un’eventuale risposta legislativa si riveli più dannosa non solo sul piano tecnologico ed economico, ma anche e soprattutto su quello democratico. 

  Ma tale modus operandi delle istituzioni europee non può spiegarsi solo con la paura che le stesse installano, grazie anche alla complicità dei media, in buona parte della popolazione. È più probabile che la maggioranza lo accetti per la comodità che le garantisce. Viviamo in una società comoda: chiedere un prestito bancario con un click, identificarsi in pochi secondi, pagare senza dover ricorrere al contante, tutto ciò è molto comodo. Il problema emerge quando si considerano tali agevolazioni come limitazioni della propria libertà e ci si rende conto che nessun cittadino europeo, di fatto, è stato mai chiamato a dare il proprio consenso attraverso il voto. In nessuna elezione europea ci è mai stato chiesto se l’identità, la comunicazione o i pagamenti potessero essere verificati automaticamente.

  La totalità di tali iniziative non è mai stato sottomessa a votazione, anche perché da Bruxelles e Strasburgo, subdolamente, non sono mai state presentate come un’infrastruttura legislativa. Ciascuna di esse è stata approvata separatamente, secondo una calendarizzazione e un linguaggio tecnico di volta in volta differente e con un titolo rassicurante. Ma non bastano le buone intenzioni del nomoteta europeo per giustificarle o, addirittura, accettarle: perché le buone intenzioni non si ereditano, mentre le infrastrutture sì. Chi scrive oggi la norma che introduce o amplia una competenza, non sarà lo stesso che l’amministrerà tra quindici anni e le tutele che oggi la limitano potrebbero essere modificate domani, con lo stesso processo con cui sono state redatte, ovvero, senza referendum, senza campagna informativa, ecc.

  Non si tratta di una congettura, perché qualcosa di molto simile l’abbiamo già vissuto durante la crisi sanitaria del 2020: ci avevano garantito per decenni, dopo gli orrori della 2a guerra mondiale, che determinati abusi del potere non si sarebbero più ripetuti; eppure, durante quell’emergenza ne abbiamo subiti un bel po’, a partire proprio dalla censura sui social.

  Nel 1840, Alexis de Toqueville, nel 2o volume de La democrazia in America, analizzando il regime democratico ha mostrato che può mutarsi nel peggiore dei pericoli quando gli si affida completamente il benessere dei cittadini: in un potere che provvede, previene e li amministra garbatamente, mantenendoli, tuttavia, in una condizione di infanzia perpetua. Toqueville ci ha avvertito che un tale potere non distrugge di colpo la libertà, ma la svuota lentamente, fino a che votare non implichi più alcuna decisione da parte del cittadino.

  Sono passati quasi duecento anni da quella data e sembra che il suo timore si stia concretizzando: oggi, infatti, crediamo che votando anche noi decidiamo, ma, in realtà, già non decidiamo più nulla.

Antonio Sparano    

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