QUANDO SI ERODE LA CAPACITÀ AMERICANA DI PLASMARE IL FUTURO DEL MEDIO ORIENTE

QUANDO SI ERODE LA CAPACITÀ AMERICANA DI PLASMARE IL FUTURO DEL MEDIO ORIENTE

Il Cairo – Ambasciatore Amr Helmy

Dalla fine della Guerra del Golfo e dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno cercato di costruire in Medio Oriente un ordine regionale fondato sulla leadership americana, sulla protezione di Israele, sul contenimento dell’Iran e dell’Iraq e sulla garanzia della sicurezza dei propri alleati nella regione.

Tale sistema si è basato su una vasta rete di basi militari, garanzie di sicurezza e alleanze politiche, accompagnata da tentativi di ridefinire l’ambiente regionale attraverso il processo di pace arabo-israeliano e, più recentemente, gli Accordi di Abramo.

L’equazione era chiara: Washington offriva l’ombrello della sicurezza, mentre gli Stati della regione si muovevano all’interno di un sistema guidato dagli Stati Uniti.

Questa equazione, tuttavia, ha iniziato progressivamente a logorarsi.

L’ordine che Washington era riuscita a gestire per decenni non è stato in grado di affrontare le cause profonde dei principali conflitti regionali. La questione palestinese è rimasta irrisolta, mentre guerre e crisi si sono susseguite in Iraq, Siria, Yemen, Libano e Gaza. Nel frattempo, l’Iran ha continuato a rappresentare una sfida strategica che gli Stati Uniti, nonostante la loro superiorità militare, non sono riusciti a risolvere in modo definitivo.

Marc Lynch, professore di Scienze politiche e Relazioni internazionali alla George Washington University, offre una lettura critica di questo percorso, sostenendo che la politica americana abbia sofferto di una contraddizione fondamentale tra l’ambizione di gestire la regione e l’assenza di una visione politica capace di affrontare le fonti della sua instabilità.

Washington è passata dai tentativi di trasformare il Medio Oriente alla gestione delle sue crisi, senza riuscire a costruire un ordine regionale realmente sostenibile.

IL LIMITE DELLA SUPERIORITÀ MILITARE

La guerra con l’Iran ha messo in luce un dilemma ancora più profondo nella configurazione della potenza americana.

Ha dimostrato che la superiorità militare non si traduce automaticamente nella capacità di imporre esiti politici duraturi e che la deterrenza diventa assai più complessa quando i teatri di conflitto si moltiplicano, gli interessi degli avversari si sovrappongono e questi ultimi dispongono della capacità di colpire interessi vitali nel Golfo.

La guerra ha inoltre riproposto una questione fondamentale: fino a che punto Washington è ancora in grado di rassicurare i propri alleati e di proteggerli dalle conseguenze di conflitti sulle cui decisioni essi non hanno il controllo?

È qui che si colloca il vero punto di svolta.

Le garanzie di sicurezza americane hanno costituito per decenni il nucleo della relazione tra Washington e diversi Paesi della regione. Il loro valore, tuttavia, non si misura soltanto dal numero di basi, aerei e sistemi d’arma dispiegati.

Si misura soprattutto attraverso la convinzione degli alleati che gli Stati Uniti siano, al tempo stesso, capaci e disposti a proteggerli quando i loro interessi vitali vengono minacciati.

La potenza militare acquista infatti il suo pieno valore strategico soltanto quando riesce a tradursi in una deterrenza credibile e in risultati politici sostenibili nel tempo.

DALLA DIPENDENZA ALL’“HEDGING” STRATEGICO

Forse il segnale più significativo di questa trasformazione è rappresentato dall’accordo di difesa comune tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, fondato sul principio secondo cui un’aggressione armata contro uno dei tre Paesi costituisce una minaccia per gli altri e accompagnato dal rafforzamento della cooperazione nel campo della difesa, del coordinamento strategico e della deterrenza congiunta.

Sebbene tale accordo non costituisca un’alternativa all’ombrello di sicurezza americano, la sua importanza risiede soprattutto nel suo significato politico e strategico.

Esso riflette una tendenza verso assetti di sicurezza più diversificati, non fondati esclusivamente sulle garanzie offerte da un’unica potenza esterna.

Ciò che questa evoluzione rivela, dunque, non è l’emergere di un’immediata alternativa agli Stati Uniti, bensì l’inizio di un passaggio dalla logica della dipendenza a quella dell’hedging strategico: diversificare le partnership, moltiplicare le opzioni e costruire strumenti autonomi di copertura del rischio.

Questo cambiamento non implica, tuttavia, un disimpegno da Washington.

Gli Stati Uniti conservano tuttora una superiorità qualitativa difficilmente sostituibile in termini di dispiegamento militare, intelligence e sistemi di allerta precoce, difesa aerea e antimissile, capacità di proiezione rapida della forza e protezione delle rotte marittime e delle infrastrutture strategiche.

Nel futuro prevedibile, i Paesi della regione non dispongono di un’alternativa complessiva a tali capacità. Né la Cina né la Russia sembrano, allo stato attuale, in grado di assumere impegni paragonabili a quelli richiesti da un analogo ombrello di sicurezza.

POSSEDERE LA POTENZA NON SIGNIFICA GOVERNARE L’ORDINE REGIONALE

La questione, pertanto, non riguarda la fine della dipendenza dagli Stati Uniti, bensì il cambiamento della sua natura e dei suoi limiti.

Washington potrebbe rimanere la potenza militare con la maggiore capacità di intervento in Medio Oriente. Ma il possesso della forza non equivale alla capacità di governare l’ordine regionale secondo regole definite unilateralmente.

È proprio qui che emerge il divario strategico: la differenza tra possedere la potenza e saperla trasformare in risultati politici sostenibili.

Il vero cambiamento, dunque, non consiste nell’uscita degli Stati Uniti dal Medio Oriente, bensì nel progressivo indebolimento della loro capacità di plasmare l’ordine regionale secondo regole stabilite esclusivamente da Washington.

La questione non è più se gli Stati Uniti rimarranno nella regione — perché continueranno a essere un attore di primo piano — ma se saranno ancora in grado di determinare le regole e gli orientamenti dell’equilibrio regionale come hanno fatto negli ultimi decenni.

LA RESPONSABILITÀ DEI PAESI ARABI

Parallelamente, sui Paesi arabi ricade una responsabilità crescente: quella di assumere l’iniziativa nella costruzione di un nuovo sistema di sicurezza regionale fondato sull’equilibrio degli interessi, sull’integrazione delle capacità e sul rafforzamento dell’autonomia strategica, anziché sulla dipendenza da un’unica potenza esterna.

Se Washington continuerà a considerare il Medio Oriente come uno spazio riservato alla propria influenza esclusiva, potrebbe scoprire che il possesso della superiorità militare non implica necessariamente la capacità di orientare le decisioni degli Stati della regione.

Se, invece, saprà riconoscere la trasformazione in corso come una nuova realtà strategica, potrà forse preservare la propria posizione attraverso partnership più equilibrate, obiettivi più circoscritti e un uso più selettivo della forza.

Il problema, in definitiva, non risiede più nella capacità degli Stati Uniti di intervenire in Medio Oriente, bensì nella loro capacità di trasformare gli interventi militari in un’influenza politica sostenibile nel tempo.

E riguarda anche la capacità di Washington di comprendere che la prosecuzione dell’approccio precedente, insieme alle conseguenze del sostegno incondizionato a Israele, potrebbe privarla gradualmente della possibilità di essere l’unico attore in grado di determinare le regole e gli orientamenti dell’equilibrio regionale.


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