Il quinto dominio, la guerra si sposta sotto il mare

Il quinto dominio, la guerra si sposta sotto il mare

la guerra si sposta sotto il mare

Un modello basato sulla superiorità informativa

di Elena Tempestini

Abbiamo già analizzato i cavi sottomarini come infrastruttura critica. Oggi il punto è un altro non sono più solo vulnerabili, stanno diventando uno strumento operativo.

Il salto è netto, non si parla più soltanto di protezione o sabotaggio, ma di capacità di intervento selettivo sui fondali. Non serve più tagliare un cavo per creare instabilità. È possibile intercettarlo senza interrompere il traffico, degradarne le prestazioni in modo intermittente, alterare la qualità del segnale. Azioni che avvengono sotto il mare, in profondità, difficili da attribuire con precisione e con effetti sistemici.

Le piattaforme russe legate alla GUGI, incluse quelle associate alla classe Belgorod, sono progettate esattamente per questo tipo di operazioni, lavorare in profondità, in modo chirurgico, su infrastrutture critiche, non è più solo presenza ma capacità.

La piattaforma chiave è il K-329 Belgorod. Non è un sottomarino nel senso tradizionale, ma una vera e propria mothership subacquea progettata per operazioni profonde e multi-dominio. È uno dei più grandi sottomarini mai costruiti, ma ciò che conta è la sua funzione. Il Belgorod nasce come piattaforma duale.

Da un lato rientra nella deterrenza nucleare russa, potendo trasportare sistemi Poseidon, droni subacquei a propulsione nucleare con autonomia intercontinentale. Dall’altro lato è progettato per operazioni clandestine sui fondali.

Può trasportare minisommergibili nucleari come il Losharik e sistemi Paltus, capaci di operare a profondità estreme, dove si trovano le dorsali più sensibili della rete globale. Questo significa poter raggiungere, analizzare e intervenire fisicamente sulle infrastrutture sottomarine.

Il Belgorod non opera isolatamente, fa parte di un sistema più ampio gestito dalla GUGI, una struttura che combina guerra dei fondali, intelligence tecnica e monitoraggio delle infrastrutture subacquee. Prima si mappa, poi si monitora, e solo eventualmente si interviene.

Non è una piattaforma pensata per la guerra aperta, ma per la fase precedente, quella in cui si prepara il campo. Può individuare nodi critici, installare sensori, intercettare flussi senza interromperli o predisporre operazioni di sabotaggio, tutto in un ambiente ancora difficilmente controllabile. Ma il vero cambio di fase è anche dall’altra parte.

La NATO e il blocco occidentale stanno iniziando a costruire quella che viene definita undersea domain awareness. Non è una formula tecnica, è un cambio di paradigma. Significa trasformare i fondali marini in uno spazio monitorato in modo continuo, tracciabile e integrato.

Questa architettura non si basa su una singola piattaforma, ma su un sistema distribuito che integra attori militari, industriali e tecnologici. Aziende come l’italiana Leonardo, sviluppano sensoristica avanzata, sistemi sonar e capacità di integrazione tra domini.

Negli Stati Uniti, Lockheed Martin, Northrop Grumman e Boeing lavorano su reti di sorveglianza subacquea, veicoli autonomi e capacità di monitoraggio persistente. A questo si aggiungono attori europei come Thales e Saab, specializzati in sonar, guerra antisommergibile e droni subacquei.

Il funzionamento è quello di una rete multilivello di sensori fissi sui fondali, veicoli autonomi che pattugliano le infrastrutture, piattaforme navali e aeree che raccolgono dati, e sistemi satellitari che integrano le informazioni. Tutto converge in centri di comando in grado di elaborare e correlare i dati in tempo reale.

È un modello basato sulla superiorità informativa. Non si tratta solo di difendere, ma di sapere. Sapere chi si muove, dove, come e con quale intento.

È l’equivalente subacqueo di ciò che è stato fatto nello spazio e nel cyberspazio, rendere visibile ciò che per definizione è invisibile. Perché finché il fondale resta opaco, chi opera sotto traccia mantiene un vantaggio strategico. Ma c’è un livello ancora più profondo, ed è quello che cambia davvero le regole.

I cavi non trasportano solo dati, trasportano sincronizzazione. Il funzionamento dei mercati finanziari, delle reti energetiche e delle infrastrutture critiche globali dipende da una precisione temporale assoluta. Intervenire anche minimamente su latenza e integrità del segnale può generare effetti a catena quali rallentamenti, errori, instabilità.

Senza un’esplosione, senza un attacco dichiarato, senza una guerra visibile.

È qui che il dominio subacqueo diventa centrale. Non più come retrovia, ma come prima linea silenziosa della competizione globale.

Nel frattempo la Cina e l’India osservano e si muovono. Il fatto che alcune navi accettino di pagare fino a 2 milioni per attraversare lo Stretto di Hormuz mostra che il controllo delle rotte fisiche e quello delle infrastrutture invisibili stanno convergendo in un’unica logica: chi gestisce i passaggi gestisce il sistema.

Siamo entrati in una fase in cui si può colpire un sistema senza toccarlo visibilmente, in cui la pressione strategica passa sotto il livello del mare e in cui la guerra può essere esercitata senza dichiararsi.

Autore

  • iElena Tempestini
  • Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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