L’alba di una nuova era: tra timori ed opportunità

L’alba di una nuova era: tra timori ed opportunità

Di Antonio Sparano

  L’8 maggio scorso ha rappresentato una data fondamentale nella storia della robotica e dell’intelligenza artificiale, ma, forse, ancora di più per il futuro del lavoro umano e della nostra libertà. La Figure AI, startup fondata da Brett Adcock nel settembre 2022 a Sunnyvale, nella Silicon Valley, e specializzata nella realizzazione di robot umanoidi dotati di intelligenza artificiale, ha pubblicato in quella data un filmato in cui due di essi, modello Helix 02, sistemano una camera da letto in meno di due minuti.

  La scena che ha attirato di più l’attenzione degli utenti è quella del letto. I due umanoidi si pongono ai lati opposti, sollevano e stendono il piumone, correggono le pieghe e lavorano sullo stesso oggetto deformabile, ma non lo fanno seguendo, per così dire, “un copione fisso”:  proprio come due umani intenti a sistemare un letto, ciascun robot osserva dalle proprie telecamere i movimenti dell’altro e ne deduce in tempo reale le intenzioni, senza  un pianificatore condiviso, né scambio di messaggi o una regia centrale.

  In altri termini, nel video si verifica ciò che tecnicamente viene definito un “comportamento cooperativo”, il che rende la dimostrazione qualitativamente differente rispetto quanto visto fino ad oggi nell’ambito della robotica e dell’intelligenza artificiale. Non si tratta di una semplice dimostrazione, ma di una vera e propria rivoluzione.

  Ciò che fino ad un paio d’anni fa chiamavamo “automazione industriale”, era costituito da una catena di montaggio, in cui l’oggetto giungeva sempre uguale nello stesso punto, con lo stesso intervallo di tempo, e il braccio robotico faceva sempre lo stesso movimento. Quanto visto con gli Helix 02(ed in parte già con gli L7 dell’azienda cinese RobotEra)è qualcosa di totalmente differente: è insieme percezione visiva di oggetti eterogenei, decisione in tempo reale e adattabilità manipolatoria. Detto in termini pratici: è controllo di qualità e selezione, ovvero, capacità che fino ad oggi, in ambito lavorativo e, più in generale, pratico sono stati esclusivamente di dominio umano.

  Eppure, ci si potrebbe chiedere: cosa c’è di così straordinario, per non dire epocale, nella dimostrazione di due robot che sistemano un letto? Perché, come prova rilevante delle loro sorprendenti capacità, la scelta è caduta su una mansione, all’apparenza, così semplice?

  Il motivo è presto detto. Per quanto concerne la robotica: sistemare un letto, per di più in due, è una vera e propria sfida. La difficoltà non risiede nella forza necessaria o nel suo peso, né, tanto meno, nella supposta precisione millimetrica, ma propriamente nelle caratteristiche del tessuto. Un piumone non ha una forma fissa, ma cambia costantemente: si piega, si sgualcisce e reagisce in maniera imprevedibile ad ogni strattone. Un braccio robotico industriale, impiegato in una catena di montaggio per afferrare oggetti dotati di una geometria ben definita, sarebbe completamente inutile in tale circostanza: non saprebbe individuarne il bordo né rimediare quando il tessuto si sposta verso una direzione inattesa.

  Viceversa,  Helix 02 è in grado di farlo: tende la tela, elimina le sgualciture, coordina ambo i lati del letto; inoltre, lo fa in tempo reale e, soprattutto, non affidandosi a modelli precostituiti, ma a un sistema basato in visione-linguaggio-azione. Ciò implica che non si è di fronte a semplici macchine programmate per realizzare determinati compiti, ma a sistemi in grado di riprodurre comportamenti.

  È molto probabile che nel video menzionato al principio molti degli utenti vi abbiano visto e vi vedranno solo due robot che sistemano un letto, magari accompagnandone la visione con qualche esclamazione di stupore del tipo: “Wow, il futuro è già presente!”; eppure, si tratta di qualcosa di tutt’altro che banale, perché rappresenta il momento in cui l’intelligenza artificiale, dall’ambito strettamente informatico, irrompe in tutti i settori dell’economia, incluso quelli caratterizzati dal cosiddetto “lavoro manuale”, cioè, dal lavoro del corpo, che per decenni è stato il riparo dalla colonizzazione delle macchine, incapaci di districarsi nella complessità del mondo reale.

  Ebbene, anche questo “rifugio” sta per essere invaso dalla robotica e molto più rapidamente di quanto si possa immaginare.

  Infatti, se è certo che ad oggi, nel 2026, il gioco non vale (ancora) la candela, in quanto il prezzo, per esempio, di un Helix 02 ruota intorno ai 120.000 euro, senza aggiungere i costi di mantenimento, è anche vero, come insegna la legge di Wright, che l’aumento costante della produzione di robot implicherà inevitabilmente una diminuzione significativa dei loro prezzi. Secondo le previsioni più prudenti, il costo di ciascun unità, già nel 2028, scenderà a 70.000 euro, e per il 2030/2032 sarà meno di 55.000 euro.

  L’andamento dei prezzi, tuttavia, è solo un aspetto considerato dalla suddetta legge: l’altro riguarda il rendimento. Nel 2028, sempre secondo le stesse previsioni, l’efficienza lavorativa dei robot supererà quella umana: la loro giornata operativa passerà da otto a dodici ore e il costo per la loro manutenzione calerà notevolmente. Infine, per il 2030 è previsto che il risparmio netto, dopo cinque anni da  un investimento in personale robotico, sarà così cospicuo da spingere la maggioranza degli imprenditori verso questo tipo di scelta.

  Ad avvalorare tali previsioni è la stessa élite economica globale, mediante una delle sue più prestigiosi riviste. Appena una settimana dopo la pubblicazione del video di Figure AI, la copertina di The Economist sfoggiava, infatti, un titolo alquanto inquietante: The jobs apocalypse – Hope for the best, plan for the worst, (L’apocalisse del lavoro – aspettati il meglio, preparati per il peggio).

  La quasi concomitanza tra i due eventi non è certamente casuale: se tale rivista decide di utilizzare un’espressione così impattante, vuol dire che il potere ha stabilito un cambio decisivo sul racconto ufficiale di ciò che accade nel mondo.

  Ma cosa rivela l’articolo di The Economist, quando afferma che: bisogna prepararsi al peggio? Dove si cela realmente il problema che, a partire dai governi, nessuno vuole affrontare? E come, invece, potrebbe farsi trovare pronto un comune cittadino di fronte ad un avvenire così incerto?

  La storia dell’economia si è caratterizzata, negli ultimi due secoli, per un lettura ottimistica del progresso tecnologico, secondo la quale esso cancella mansioni e professioni, ma crea molto più lavoro di quanto ne distrugga. I telai automatici, infatti, sostituirono molti tessitori e tessitrici, ma determinarono anche la diffusione di altri impieghi, quali ingegneri, meccanici, disegnatori, dirigenti di fabbrica, ecc. Poi arrivò l’automobile, che eliminò, quasi totalmente, la figura del carrettiere, ma, allo stesso tempo, stimolo tutta un’industria legata ade essa: dalle costruzioni di strade ed autostrade, alle raffinerie di greggio per la produzione dei combustibili, dalle concessionarie alle agenzie assicurative.

  Questa interpretazione positiva è stata spesso condivisa anche da The Economist; ma, questa volta vi aggiunge altro che, tenendo in conto a chi dà voce sulle sue pagine, somiglia quasi ad una confessione.

  La stessa rivoluzione industriale avrebbe comprovato che il progresso tecnologico non sempre ha rappresentato un’opportunità di riscatto economico per le masse: essa – spiega l’articolo – non fu solo crescita e prosperità; al contrario, per più di mezzo secolo, dal 1780 al 1840, rappresentò una vera e propria catastrofe per ampi strati della società. Tale fase, nota in economia come Engels’ pause (pausa di Engels), fu infatti caratterizzata da una crescita rapida del PIL e della produttività, ma allo stesso tempo dalla stagnazione dei salari della classe operaia. In altri termini l’industrializzazione aumentò considerevolmente la ricchezza, che però, al principio, si concentrò solo nelle mani degli investitori.

  Circa due secoli dopo, con il progresso rapido e costante della IA e della robotica, l’umanità potrebbe ritrovarsi in una situazione simile, se non addirittura peggiore: un’élite finanziaria globale sempre più ricca grazie ad investimenti miliardari in nuove tecnologie e milioni di lavoratori con salari ridotti o addirittura senza impiego a causa della loro concorrenza.

  A questo punto la domanda: come evitare, o almeno tentare di governare, questo cambiamento? risulta quantomai legittima.

  Le proposte avanzate da The Economist suonano alquanto contraddittorie ed appaiono come parte del problema che vorrebbero risolvere.

  La prima, infatti, prevede di fermare il cambiamento imponendo divieti e restrizioni all’impiego delle nuove tecnologie. Ma l’idea stessa di frenare il progresso tecnologico è assurda: mai si è potuto e tentarlo risulterebbe inutile, oltre che costoso. La seconda, invece, suggerisce riforme fiscali, per così dire, “intelligenti”: imposte sugli extra profitti delle corporazioni tecnologiche con cui finanziarie sussidi per i lavoratori soggetti al taglio dei salari o, peggio, alla perdita di impiego a causa della concorrenza della IA e della robotica e riforme radicali del mercato del lavoro, ispirate al modello danese, con le quali lo stato si impegnerebbe concretamente alla formazione dei cittadini in vista di nuove figure professionali. Delle tre, probabilmente, è quella più ragionevole, ma poco dettagliata; e si sa: i dettagli sono fondamentali quando si tratta di politica fiscale e di welfare. Infine, abbiamo la terza ed ultima proposta, quella più radicale: propone, infatti, una nazionalizzazione parziale delle aziende tecnologiche. La storia del secolo passato, però, ci insegna che, aldilà di qualche onorevole eccezione, i governi che hanno provato a gestire imprese tecnologiche hanno fallito miseramente: la burocrazia statale, in effetti, mal si sposa con le innovazioni dirompenti.

  Ad ogni modo, aldilà della fattibilità o meno delle proposte di The Economist, ciò che ne emerge è l’ennesimo modello di soluzione: affidare la sua ricerca e attuazione al potere, rappresentato apparentemente dai governi e dalle istituzioni sovranazionali, ma, di fatto, incarnato dai loro padroni, l’élite finanziaria mondiale.

  Costoro continuano a proporre la medesima soluzione: il reddito di base universale. Se nei prossimi anni la IA e la robotica sostituiranno milioni di lavoratori, sarà necessario – esse sostengono – costruire un meccanismo di redistribuzione della ricchezza che garantisca la sopravvivenza di un’economia di consumo anche quando buona parte dei consumatori non avranno più un salario.

  Sta di fatto, però, che il reddito di base universale così concepito converte il percettore in recettore passivo di una prestazione che dipende totalmente dalla volontà di continuare ad elargirlo da parte di chi possiede il capitale. In questo scenario coloro che deterrebbero tale potere sarebbero le stesse multinazionali della IA e della robotica ed i governi ad esse sottomesse. Ma questa non è emancipazione: è dipendenza strutturale o, come la definisce l’economista greco Yanis Varoufakis, tecnofeudalesimo con sussidio. Il reddito di base universale, che anestetizzerebbe la capacita umana di creare valore, sarebbe un fallimento politico spacciato come soluzione.

  Eppure, c’è di peggio a tale proposta: l’immobilismo della politica. Di fronte a questa nuova era di automatizzazione del lavoro, i governi, che avrebbero già dovuto predisporre una seria ed efficiente rete di transizione, continuano a sprecare prezioso tempo in sterili analisi statistiche e discussioni, senza cavarne nulla di concreto, aspettando che il problema diventi tale da non lasciare spazio a soluzioni indolori. Di fatto, non esiste alcun piano specifico per i lavoratori di età compresa tra i 45 e 60 anni, ovvero, i primi ad essere rimpiazzati dalla nuova automatizzazione, non è prevista nessuna rendita ponte per un’eventuale fase di transizione né, tanto meno, una riforma seria della formazione professionale in vista del 2030, data in cui dovrebbe avere inizio la prima fase di licenziamenti massimi dovuti alla concorrenza dei robot. Ciò che ascoltiamo provenire dalle istituzioni nazionali ed internazionali è solo vuota retorica concernente, oltre al reddito di base universale, la necessità della digitalizzazione  e il disciplinamento della IA.

  Se si guarda alle principali democrazie del mondo, si noterà che negli ultimi vent’anni sono state governate da forze politiche di qualsiasi colore e nessuna di essa ha costruito la struttura minima per affrontare il cambiamento epocale che di qui a poco ci attende. Non per incapacità, sia chiaro, ma per comodità: ai politicanti di qualsiasi latitudine quello che interessa è solo il presente, dato che ciò che potrà avvenire da qui a cinque o dieci anni non è redditizio in termini di voti. Del resto l’inadeguatezza delle istituzioni si è palesata già in passato: negli anni novanta il sistema tardò circa un decennio per assorbire la riconversione industriale in atto in quell’epoca e ciò avvenne con un disponibilità temporale maggiore, un’industria più lenta e con lavoratori da ricollocare più facilmente. Attualmente, condizioni favorevoli simili non sussistono più, pertanto, sperare ancora in una soluzione politica del problema sarebbe da ingenui.

  In chi sperare, dunque?

  In nessuno, ma investire in se stessi. Ciascun di noi dovrebbe iniziare a chiedersi, riguardo al proprio lavoro, quali, tra le sue mansioni, da qui a cinque anni, potranno essere affidate all’IA o ad un braccio robotico e quali, invece, non sono replicabili. In questo modo sarà possibile capire se il proprio ruolo, in futuro, sarà ancora necessario. In caso contrario, è già tempo di investire nuovamente  in formazione e pensare a come diversificare le proprie entrate.

  È certo che un tale cambiamento non è né semplice né indolore, ma sicuramente sarà più facile attuarlo ora che negli anni avvenire, quando il mercato del lavoro si sarà già ristrutturato e coloro che arriveranno tardi vi troveranno meno spazio.

  Non aspettare il futuro, dunque, ma prepararsi ad esso: l’orologio già corre…

Comments

4 risposte a “L’alba di una nuova era: tra timori ed opportunità”

  1. Avatar Carlo
    Carlo

    Beh, semplice, solo l’uomo ragiona su intuizioni proprie ,collega esperienze lontane, ,compara i diversi fenomeni,crea capolavori artistici in base ad una idea, immagina comunicando, partorisce idee

  2. Avatar Silvia
    Silvia

    La IA ES UNA VERDADERA REALIDAD QUE CAMBIARA COMO SE ESPLICA EN ESTE EXCELENTE ARTICULO A LA FUTURA HUMANIDAD PLANETARIA. DA MIEDO . EL 2030 YA ESTA AQUI !! TODO LO QUE ESTA SUCEDIENDO EN ESTE MOMENTO EN EL MUNDO EL AVANCE DE LA UTRA DERECHA TIENE QUE VER CON LA ROBOTICA TODO!! GRACIAS POR EL ARTICULO A SEGUIR PENSANDO

  3. Avatar Gaetano Musella
    Gaetano Musella

    Il problema che si porrà in generale, chi “consumerà” i prodotti ed i servizi elargiti, chi meglio dell’essere umano potrà farlo?
    Quindi, un’economia non legata al lavoro, alla produzione di beni e servizi ma piuttosto al consumo ed al benessere potrà soddisfare/giustificare tutto l’ambaradan che si va costruendo con sofisticazioni inimmaginabili.
    Garantire all’umano un introito economico costante che permetterà di soddisfare il consumo dei prodotti e dei servizi che si andranno ad offrire o ad imporre per il “consumo”.
    Sempre come dei polli in allevamento più meno intensivo verremmo trattati, la filosofia di vita quasi non cambierà.

    1. Avatar Giuliano Fresi
      Giuliano Fresi

      C’è anche un altro aspetto da considerare: non sarà che il periodo di instabilità più o meno voluta dai governi occidentali servirà in un secondo tempo a dimostrare la fallacia della politica gestita da umani così che qualcuno vorrà sostituirla con i computer? Se ne sta già parlando, e non è una bella cosa.

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