Terre rare, il paradosso italiano: ricchi di risorse, dipendenti dall’estero

Terre rare, il paradosso italiano: ricchi di risorse, dipendenti dall’estero

di Marco Pugliese

L’Italia non è un Paese povero di materie prime critiche: ha smesso semplicente di usarle. Secondo le rilevazioni ISPRA, lungo la penisola sono presenti giacimenti di terre rare (REE), litio, grafite, bauxite, tungsteno e rame, distribuiti tra Alpi, Appennini e soprattutto Sardegna. Eppure oggi importiamo oltre il 90% dei materiali critici necessari alla nostra industria.

Il dato va letto dentro un contesto globale di questo tipo: la Cina controlla circa il 60-70% dell’estrazione mondiale di terre rare e oltre l’85% della raffinazione. Questo significa che il vero potere non è nel sottosuolo, ma nella capacità industriale di trasformazione. Ed è qui che l’Europa, e l’Italia in particolare, hanno perso terreno.

Negli ultimi trent’anni abbiamo progressivamente chiuso o abbandonato gran parte delle attività minerarie. Tra anni ’80 e ’90 il settore è stato smantellato, senza essere sostituito da una strategia alternativa. Oggi i giacimenti esistono, ma spesso non vengono sfruttati per tre ragioni: bassa concentrazione dei minerali, costi elevati e tempi autorizzativi lunghissimi. Aprire una miniera in Italia può richiedere oltre 10 anni, contro una media globale di 5-7.

Nel frattempo la domanda è esplosa. Le terre rare sono essenziali per batterie, turbine eoliche, microchip e sistemi di difesa. Un’auto elettrica utilizza fino a 6 volte più minerali rispetto a un’auto tradizionale. La transizione energetica europea, senza accesso diretto a queste risorse, rischia di trasformarsi in una dipendenza industriale strutturale. Un fotografia dell’ inadeguatezza strategica a livello geopolitico della Ue.

Non è logico importare materie prime da Paesi con standard ambientali più bassi, mentre blocchiamo ogni sviluppo interno. Una scelta che non è né economica né strategica, è ideologica.

Le alternative esistono. La prima è la riattivazione selettiva dei siti minerari, in particolare in Sardegna e nelle aree alpine. La seconda è l’urban mining, cioè il recupero di terre rare dai rifiuti elettronici, un settore che potrebbe coprire fino al 15-20% del fabbisogno europeo nei prossimi anni. La terza è la costruzione di una filiera industriale nazionale che oggi manca completamente.

Senza materie prime non esiste sovranità industriale. E senza sovranità industriale, la transizione energetica resta solo una dichiarazione d’intenti. L’Italia ha le risorse per giocare la partita, deve decidere se restare spettatrice o tornare protagonista.

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