di Amr Helmy, ex ambasciatore in Italia della Repubblica Araba Egiziana
Una guerra che colpisce il cuore del sistema energetico globale Alla luce della trasformazione radicale nella natura del conflitto in corso attorno all’Iran, lo scenario non può più essere considerato una semplice confrontazione militare tradizionale; esso si configura piuttosto come una guerra sistemica che prende di mira le stesse arterie dell’energia globale. Il fatto che Israele colpisca infrastrutture vitali come il giacimento di South Pars in Iran, e che l’Iran, a sua volta, prenda di mira impianti come Ras Laffan in Qatar — parallelamente alla persistente minaccia alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz — rappresenta un chiaro passaggio verso una fase di “disfunzione del sistema energetico globale”. Tali sviluppi non possono più essere interpretati come un semplice scambio di colpi tattici, bensì come parte di una strategia più ampia che utilizza le infrastrutture energetiche come leva di pressione geopolitica a impatto globale diretto. In questo contesto, le valutazioni dei principali ambienti economici internazionali indicano che i mercati non si confrontano più con “rischi potenziali”, ma con un vero e proprio shock dell’offerta, alimentato da un’impennata senza precedenti della cosiddetta geopolitical risk premium, divenuta ormai una componente centrale nella determinazione dei prezzi del petrolio e del gas. Un ritorno alle crisi energetiche, ma in un mondo più fragile Questo sviluppo richiama alla memoria le crisi energetiche degli anni Settanta, ma si inserisce oggi in un contesto molto più complesso e interconnesso, in cui i mercati energetici si intrecciano con: ●le catene globali di approvvigionamento ●i sistemi finanziari ●la sicurezza alimentare Ne consegue che qualsiasi perturbazione nei flussi energetici si traduce in uno shock moltiplicato, i cui effetti si propagano in tutti i gangli dell’economia mondiale. La pericolosità della fase attuale non risiede soltanto nell’entità degli attacchi, ma anche nella loro natura sistematica e simultanea, che suggerisce una crescente consapevolezza tra le parti in conflitto del fatto che il controllo dei flussi energetici non costituisce più soltanto una leva di pressione, bensì un’arma strategica il cui impatto può eguagliare — se non superare — quello degli strumenti militari tradizionali. Il rischio petrolio: prezzi oltre i 140 dollari Secondo le stime della International Energy Agency (IEA), un’interruzione compresa tra 5 e 7 milioni di barili al giorno, in un contesto operativo instabile nello Stretto di Hormuz, potrebbe spingere i prezzi del petrolio tra i 110 e i 140 dollari al barile, con la possibilità di superare rapidamente tali livelli qualora le disfunzioni nel traffico marittimo dovessero protrarsi. Le valutazioni più rigorose negli ambienti di analisi strategica si spingono tuttavia oltre, indicando che un ampliamento del raggio degli attacchi — soprattutto dopo la scadenza della seconda proroga concessa all’Iran il 6 aprile — fino a includere ulteriori infrastrutture nel Golfo potrebbe far salire i prezzi oltre i 160 dollari al barile. Un simile livello non rifletterebbe soltanto una scarsità dell’offerta, ma un profondo scossone alla fiducia dei mercati nella capacità del sistema globale di garantire la continuità dei flussi energetici. Il gas al centro della crisi Su un piano parallelo, non meno critico, le stime di Goldman Sachs indicano che il bombardamento israeliano del giacimento di South Pars — che rappresenta circa il 12% della produzione mondiale di gas — combinato con la risposta iraniana contro gli impianti di Ras Laffan in Qatar — responsabili di circa il 20% del commercio globale di gas naturale liquefatto — ha già innescato una crisi globale del gas. In questo quadro, JPMorgan Chase prevede che i prezzi del gas naturale in Europa possano aumentare tra il 50% e il 70% nel breve termine, con una rapida propagazione della crisi ai mercati asiatici. Questa dinamica è alimentata da: ●una competizione frenetica per le forniture spot ●una crescente difficoltà nel compensare le perdite di approvvigionamento L’Europa di fronte a una nuova crisi energetica La gravità della situazione è ulteriormente aggravata dalla limitata capacità di sostituire le forniture mancanti. La produzione norvegese opera già vicino alla piena capacità, mentre la precedente decisione europea di interrompere le importazioni di gas russo ha drasticamente ridotto i margini di manovra dei mercati europei. Alla luce di tali dinamiche, cresce la probabilità che il continente europeo si trovi ad affrontare una crisi energetica reale e multidimensionale. L’aumento dei prezzi del gas potrebbe infatti: innescare una nuova ondata inflazionistica ●aumentare i costi di produzione ●erodere la competitività dell’industria manifatturiera ● Esercitare pressioni sui bilanci pubblici a causa delle politiche di sostegno. Inflazione globale e rischio economico sistemico La Banca Mondiale avverte che la prosecuzione di questa traiettoria non comporterà soltanto un aumento dei prezzi energetici, ma darà origine a una nuova e ampia ondata inflazionistica globale. L’aumento dei prezzi di petrolio e gas, combinato con l’incremento dei costi di trasporto e assicurazione, rischia infatti di destabilizzare le catene di approvvigionamento globali e di spingere molte economie — soprattutto quelle in via di sviluppo — verso pressioni finanziarie e sociali di grande portata. Ulteriori valutazioni del Fondo Monetario Internazionale (IMF) e dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) indicano che quanto sta accadendo non rappresenta più un’escalation temporanea, ma un mutamento strutturale verso una perturbazione prolungata dell’offerta. Energia come arma geopolitica Infine, le Nazioni Unite, attraverso l’UNCTAD, sottolineano che gli attacchi alle infrastrutture energetiche non minacciano soltanto le forniture, ma comportano anche un aumento dei costi di trasporto e assicurazione nella regione del Golfo fino al 50%. Alla luce di questi elementi, si può affermare che il mondo si trovi di fronte a un momento spartiacque. I mercati energetici non sono più governati esclusivamente dalla logica della domanda e dell’offerta, ma da una dinamica di conflitto aperto per il controllo dei centri di produzione e delle rotte di approvvigionamento. Se gli attacchi alle infrastrutture critiche dovessero proseguire, parallelamente alla minaccia ai passaggi marittimi strategici negli Stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb, i prezzi del petrolio potrebbero superare stabilmente i 130 dollari al barile, con possibili aumenti oltre i 150 dollari. In un simile contesto, i prezzi non riflettono più soltanto il costo dell’energia, ma il prezzo di una deriva verso un ordine internazionale più instabile, in cui l’energia diventa un’arma e il mercato un campo di confronto geopolitico aperto. Esercitare pressioni sui bilanci pubblici a causa delle politiche di sostegno. Inflazione globale e rischio economico sistemico La Banca Mondiale avverte che la prosecuzione di questa traiettoria non comporterà soltanto un aumento dei prezzi energetici, ma darà origine a una nuova e ampia ondata inflazionistica globale. L’aumento dei prezzi di petrolio e gas, combinato con l’incremento dei costi di trasporto e assicurazione, rischia infatti di destabilizzare le catene di approvvigionamento globali e di spingere molte economie — soprattutto quelle in via di sviluppo — verso pressioni finanziarie e sociali di grande portata. Ulteriori valutazioni del Fondo Monetario Internazionale (IMF) e dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) indicano che quanto sta accadendo non rappresenta più un’escalation temporanea, ma un mutamento strutturale verso una perturbazione prolungata dell’offerta. Energia come arma geopolitica Infine, le Nazioni Unite, attraverso l’UNCTAD, sottolineano che gli attacchi alle infrastrutture energetiche non minacciano soltanto le forniture, ma comportano anche un aumento dei costi di trasporto e assicurazione nella regione del Golfo fino al 50%. Alla luce di questi elementi, si può affermare che il mondo si trovi di fronte a un momento spartiacque. I mercati energetici non sono più governati esclusivamente dalla logica della domanda e dell’offerta, ma da una dinamica di conflitto aperto per il controllo dei centri di produzione e delle rotte di approvvigionamento. Se gli attacchi alle infrastrutture critiche dovessero proseguire, parallelamente alla minaccia ai passaggi marittimi strategici negli Stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb, i prezzi del petrolio potrebbero superare stabilmente i 130 dollari al barile, con possibili aumenti oltre i 150 dollari. In un simile contesto, i prezzi non riflettono più soltanto il costo dell’energia, ma il prezzo di una deriva verso un ordine internazionale più instabile, in cui l’energia diventa un’arma e il mercato un campo di confronto geopolitico aperto. @RIPRODUZIONE RISERVATA.






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