GUERRA CONTRO L’IRAN: DALL’ENERGIA AL CIBO, LE CONSEGUENZE GLOBALI DI UN CONFLITTO FUORI CONTROLLO

GUERRA CONTRO L’IRAN: DALL’ENERGIA AL CIBO, LE CONSEGUENZE GLOBALI DI UN CONFLITTO FUORI CONTROLLO

Riceviamo e pubblichiamo tramite l’Associazione Italia-Egitto “Eridanus” un commento da parte dell’ ex ambasciatore egiziano Amr Helmy riguardo alle iniziative dei signori Trump e Netanyahu, e sulle loro conseguenze.

Ci risulta altresì che la Total avrebbe comprato già ai primi di marzo il carico di ben settanta petroliere, corrispondente a due mesi di invii dal Golfo. Se è vero che la guerra in Iran sta bloccando circa un quinto delle forniture mondiali di gas e petrolio, lo è altrettanto che gli speculatori stanno strangolando Asia ed Europa per imporre il loro prezzo causando una crisi energetica come non se ne vedeva dal 1973. E forse è proprio questo il vero senso della guerra imposta all’Iran: non tanto impedirgli di possedere l’arma nucleare, che del resto Paesi come Pakistan e Israele hanno da molto tempo, ma di provocare uno shock economico destinato a indebolire l’area BRICS inclusi i centri finanziari del Golfo Persico.

L’Unione Europea cosa fa? Invece di correre ai ripari autorizzando l’importazione di materie prime dalla Russia insiste nel suo purismo ideologico di assoluto sostegno all’Ucraina regalandoci la prospettiva del razionamento energetico.

(IFO)

di Amr Helmy, ex ambasciatore in Italia per la Repubblica Araba d’Egitto

IL CAIRO- Accendere una guerra è relativamente facile. Molto più difficile è prevederne tutte le conseguenze o controllarne gli sviluppi. La forza militare, per quanto distruttiva, non è mai sufficiente da sola a determinare l’esito di un conflitto se non è inserita in una strategia più ampia capace di comprendere le complessità geopolitiche e le profonde ripercussioni economiche che inevitabilmente ne derivano.

La guerra contro l’Iran lo dimostra con chiarezza.

Le ipotesi iniziali di chi ha intrapreso l’escalation si basavano su una valutazione rivelatasi rapidamente errata: l’idea che si trattasse di un’operazione breve, destinata a rovesciare il regime iraniano attraverso l’eliminazione della leadership e l’innesco di una rivolta interna.

Gli sviluppi sul terreno hanno preso tutt’altra direzione.

Quello che doveva essere un confronto limitato si è rapidamente trasformato in una guerra regionale su vasta scala, con conseguenze che superano i confini geografici del Medio Oriente e colpiscono direttamente la struttura dell’economia globale e la stabilità del sistema internazionale.

La storia delle guerre dimostra che i conflitti spesso sfuggono alle intenzioni di chi li avvia, evolvendo in dinamiche sempre più complesse e interconnesse.

Ed è esattamente ciò che sta accadendo.

L’ESCALATION NELLO STRETTO DI HORMUZ

La risposta iraniana ha ampliato il raggio del confronto ben oltre le aspettative iniziali.

Teheran ha colpito infrastrutture petrolifere e del gas nei Paesi del Golfo e ha iniziato a ostacolare la navigazione nello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici del pianeta.

Attraverso questo stretto transitano tra i 20 e i 21 milioni di barili di petrolio al giorno, pari a circa un quinto del consumo mondiale, oltre a circa il 20% del commercio globale di gas naturale liquefatto.

Questi numeri evidenziano quanto l’economia globale sia vulnerabile a un singolo punto geografico.

Lo stretto rappresenta infatti una delle principali fonti di rischio per l’economia mondiale.

Un’interruzione, anche parziale, del traffico marittimo non provocherebbe soltanto un aumento dei prezzi dell’energia, ma innescherebbe una vasta rivalutazione delle materie prime strategiche e una propagazione degli effetti lungo tutte le catene di approvvigionamento globali.

IL COLLO DI BOTTIGLIA DELL’ECONOMIA MONDIALE

Con l’intensificarsi delle tensioni si è delineato uno scenario senza precedenti.

Circa 700 petroliere e navi mercantili si sono accumulate nei pressi dello Stretto di Hormuz, creando una congestione grave in uno dei corridoi commerciali più importanti del mondo.

Questa situazione minaccia di provocare profondi squilibri nelle catene di approvvigionamento globali e forti aumenti dei prezzi.

Gli sviluppi militari hanno ulteriormente complicato il quadro.

Israele ha colpito il gigantesco giacimento di gas South Pars in Iran, mentre Teheran ha risposto bombardando il complesso di Ras Laffan in Qatar, uno dei più importanti centri mondiali di produzione di gas naturale liquefatto.

Questi attacchi aumentano il rischio di una prolungata perturbazione dei mercati energetici globali.

UNA CRISI CHE VA OLTRE L’ENERGIA

Lo Stretto di Hormuz non è più soltanto una rotta di transito per petrolio e gas.

Oggi rappresenta un nodo centrale di un sistema economico globale interconnesso che coinvolge energia, sicurezza alimentare, produzione industriale, trasporti e perfino lo sviluppo delle tecnologie dell’intelligenza artificiale.

Qualsiasi disfunzione in questo snodo strategico costituisce una minaccia diretta per l’intera economia mondiale.

Le preoccupazioni sono state espresse anche dalle principali istituzioni internazionali.

Il direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, Fatih Birol, ha avvertito che il mondo si trova di fronte a una crisi energetica che potrebbe superare, per portata, quella degli anni Settanta, non solo in termini di prezzi ma anche per la capacità dei mercati di soddisfare la domanda.

L’ALLARME DELLE NAZIONI UNITE

Anche le Nazioni Unite hanno espresso forte preoccupazione.

Il Segretario Generale António Guterres ha sottolineato che il conflitto ha ormai superato la dimensione di uno scontro regionale, assumendo implicazioni economiche e umanitarie globali.

L’instabilità dei mercati energetici e alimentari e l’aumento delle pressioni sulle economie mondiali rappresentano già oggi segnali evidenti di questa trasformazione.

Il rischio principale è che il protrarsi dell’escalation generi conseguenze sempre più difficili da contenere.

PETROLIO, INFLAZIONE E RISCHIO RECESSIONE

Le analisi delle principali istituzioni economiche internazionali indicano che il proseguimento del conflitto potrebbe spingere i prezzi del petrolio a livelli molto elevati.

Studi del Fondo Monetario Internazionale, dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, della FAO, oltre alle analisi di Goldman Sachs e Bloomberg, indicano che un simile scenario potrebbe alimentare nuove ondate inflazionistiche globali e aumentare il rischio di recessione.

Ma il problema non riguarda soltanto l’energia.

L’IMPATTO SULLA SICUREZZA ALIMENTARE

L’aumento dei costi energetici e le interruzioni nelle catene di approvvigionamento agricolo rischiano di provocare un forte rincaro dei cereali.

Tra i prodotti più esposti vi sono:

• grano
• mais
• riso

con conseguenze particolarmente gravi per i Paesi più vulnerabili.

Un ulteriore fattore di rischio riguarda i fertilizzanti azotati.

I Paesi del Golfo e l’Iran rappresentano infatti una quota significativa della produzione mondiale di urea e ammoniaca, elementi essenziali per l’agricoltura.

Qualsiasi perturbazione nella produzione o nel trasporto di queste sostanze rischia di farne aumentare rapidamente i prezzi, riducendo la produzione agricola e aggravando la crisi alimentare globale.

MATERIE PRIME STRATEGICHE E INDUSTRIA

Le conseguenze del conflitto si estendono anche ad altre risorse strategiche.

Circa il 30% delle forniture globali di elio transitava attraverso lo Stretto di Hormuz.

L’elio è una risorsa fondamentale per la produzione di semiconduttori, indispensabili nelle tecnologie di intelligenza artificiale e nel calcolo ad alte prestazioni.

Allo stesso tempo:

• circa il 25% del commercio globale di prodotti petrolchimici
• circa il 30% delle forniture mondiali di fertilizzanti

passano attraverso questo corridoio marittimo.

Anche metalli strategici come l’alluminio stanno subendo crescenti pressioni a causa dell’aumento dei costi energetici e delle difficoltà nei trasporti.

IL RISCHIO DI STAGFLAZIONE GLOBALE

L’insieme di questi fattori sta creando un contesto economico estremamente fragile.

La crisi energetica si intreccia con la pressione sui mercati alimentari e con il rallentamento della produzione industriale.

In un quadro economico già caratterizzato da crescita debole e inflazione persistente, aumenta il rischio di stagflazione, una combinazione particolarmente difficile da gestire per le economie globali.

In una situazione del genere, anche gli strumenti della politica monetaria risultano meno efficaci.

La riduzione dei tassi di interesse, infatti, non è sufficiente a contrastare shock economici generati da problemi dell’offerta, come quelli provocati da guerre e crisi geopolitiche.

UNA SFIDA PER L’INTERO SISTEMA INTERNAZIONALE

La guerra contro l’Iran non è più un semplice conflitto regionale.

È diventata una prova strategica per la capacità del sistema internazionale di adattarsi a shock complessi e interconnessi.

Il mondo non è più in grado di sostenere a lungo conflitti geopolitici prolungati senza pagarne un costo economico enorme.

Per questo motivo diventa sempre più urgente rilanciare soluzioni diplomatiche capaci di ridurre il rischio di escalation.

Perché una lezione emerge con chiarezza da questa crisi:

le guerre possono iniziare rapidamente,
ma le loro conseguenze economiche possono durare per anni — ben oltre la fine dei combattimenti.

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