TURCHIA-ISRAELE, SCOPERTA LA ROTTA SEGRETA DELL’EMBARGO

TURCHIA-ISRAELE, SCOPERTA LA ROTTA SEGRETA DELL’EMBARGO

di Chiara Cavalieri

A giudicare dalle ultime dichiarazioni del sionista radicale Jonathan Pollard, Israele starebbe per entrare in guerra contro Egitto e Turchia. “Ankara è il nuovo Iran”, afferma Pollard in un podcast pubblicato su Arutz Sheva, “e non sono così sicuro che sarà facile come con gli iraniani”. Ora, ci sarebbe da discutere su quanto sia stato facile con gli iraniani, visto che questi hanno risposto in maniera perfino pacata all’attacco gratuito del 28 febbraio, ma pare che una commissione del governo israeliano stia lavorando alla prossima guerra contro la Turchia che tra i suoi obiettivi l’ulteriore occupazione di porzioni di quella che una volta fu la Siria. Alla luce di tutto questo fa ancora più scalpore la rivelazione da parte di un tribunale israeliano secondo cui i due Paesi sarebbero comunque legati da una serie di traffici in violazione delle reciproche sanzioni.

(IFO)

Un documento emerso da un tribunale israeliano rivela un sofisticato sistema di triangolazione commerciale attraverso società estere e porti intermedi per mantenere attivi gli scambi tra Ankara e Tel Aviv nonostante il blocco ufficiale annunciato dopo la guerra di Gaza.

Di Chiara Cavalieri*

ANKARA-TEL AVIV. Mentre il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan continua a presentarsi come uno dei più severi critici delle operazioni militari israeliane a Gaza e mentre Ankara ha ufficialmente annunciato restrizioni e sospensioni degli scambi commerciali con Israele, una recente vicenda giudiziaria emersa in Israele racconta una realtà molto più complessa.

Secondo quanto rivelato dalla piattaforma israeliana Kikar, una sentenza emessa dal Tribunale di Haifa avrebbe portato alla luce un sistema organizzato di trasporto marittimo che avrebbe consentito di mantenere attivi i flussi commerciali tra i due Paesi attraverso una serie di passaggi intermedi, società di comodo e modifiche alla documentazione delle merci.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan

La vicenda assume particolare rilevanza perché, per la prima volta, un tribunale israeliano avrebbe documentato ufficialmente meccanismi che da tempo vengono sospettati da osservatori economici e analisti regionali: il mantenimento di relazioni commerciali sostanziali nonostante le dichiarazioni politiche e le tensioni diplomatiche.

IL CASO DELLA NAVE “HALOK LEADER”

L’intera vicenda è emersa nell’ambito di una controversia commerciale riguardante la nave mercantile Halok Leader, fermata nel porto israeliano di Haifa.

La società Dynamic Shipping Services aveva richiesto il sequestro dell’imbarcazione sostenendo di vantare crediti pari a circa 2,2 milioni di shekel, equivalenti a oltre mezzo milione di euro, relativi a servizi portuali, operazioni logistiche e forniture di carburante effettuate nei porti di Haifa e di Iskenderun, uno dei principali scali commerciali della Turchia mediterranea.

Inizialmente il caso sembrava una normale disputa commerciale tra operatori del settore marittimo. Tuttavia, nel corso del procedimento giudiziario, sono emersi elementi che hanno completamente cambiato la natura dell’inchiesta.

Gli armatori turchi hanno infatti sostenuto che Dynamic Shipping Services non fosse un semplice fornitore di servizi ma parte integrante di una più ampia operazione commerciale destinata a mantenere aperti i collegamenti economici tra Turchia e Israele.

LA CONFESSIONE CHE HA CAMBIATO IL PROCESSO

Secondo quanto riportato dalla stampa israeliana, uno degli elementi più significativi sarebbe stato rappresentato dalle dichiarazioni dell’imprenditore turco Haldun Gedizner.

Nella documentazione depositata davanti al tribunale, Gedizner avrebbe spiegato come le crescenti restrizioni politiche e commerciali abbiano reso necessario sviluppare un sistema alternativo per continuare a movimentare merci tra i due Paesi.

Al centro del meccanismo vi sarebbe stata una società registrata in Estonia, utilizzata come piattaforma giuridica e commerciale per organizzare le operazioni.

L’utilizzo di società con sede in Paesi terzi rappresenta una pratica frequentemente adottata nel commercio internazionale quando le imprese intendono operare in contesti caratterizzati da sanzioni, embarghi o tensioni diplomatiche.

COME FUNZIONAVA LA ROTTA SEGRETA

Secondo quanto emerso nel procedimento, la nave non effettuava collegamenti diretti tra i porti turchi e quelli israeliani.

Il sistema sarebbe stato costruito proprio per evitare che risultasse ufficialmente un traffico diretto tra i due Paesi.

Le merci venivano caricate in Turchia e successivamente trasportate verso scali intermedi situati nel Mediterraneo orientale.

Tra le destinazioni indicate figurano porti situati a Cipro e, secondo la documentazione citata, anche alcuni scali egiziani.

Una volta giunte nei porti intermedi, le merci venivano sottoposte a procedure amministrative che prevedevano la modifica o l’aggiornamento della documentazione relativa alla loro provenienza.

Successivamente il carico veniva imbarcato nuovamente e trasportato verso il porto israeliano di Haifa.

Al termine delle operazioni di scarico, la nave faceva ritorno in Turchia senza merci a bordo, mantenendo formalmente l’apparenza di non aver effettuato collegamenti diretti con Israele.

IL VERDETTO DEL TRIBUNALE DI HAIFA

Dopo aver esaminato la documentazione e le testimonianze presentate dalle parti, il giudice Ron Sokol ha accolto la ricostruzione fornita dagli armatori turchi.

Nella sentenza, il magistrato avrebbe riconosciuto che Dynamic Shipping Services aveva avuto un ruolo molto più ampio rispetto a quello di semplice agente portuale.

Per questo motivo il tribunale ha disposto il rilascio immediato della nave Halok Leader e ha inoltre condannato la società ricorrente al pagamento delle spese processuali, quantificate in 7.500 shekel.

Al di là dell’esito economico della controversia, l’importanza della decisione risiede soprattutto nelle informazioni che il procedimento ha portato alla luce.

IL PARADOSSO DELLE RELAZIONI TRA ANKARA E TEL AVIV

La vicenda evidenzia uno dei fenomeni più frequenti nelle relazioni internazionali contemporanee: la distanza tra la retorica politica e gli interessi economici.

Dall’inizio della guerra di Gaza, Erdoğan ha assunto una posizione particolarmente dura nei confronti del governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu, arrivando a sospendere ufficialmente numerosi rapporti commerciali e a denunciare pubblicamente le operazioni militari israeliane.

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu

Tuttavia, Turchia e Israele restano due economie fortemente integrate sotto diversi aspetti.

Prima dello scoppio della guerra, il volume degli scambi commerciali tra i due Paesi ammontava a miliardi di dollari annui e coinvolgeva settori strategici come l’acciaio, i materiali da costruzione, la chimica, l’energia, i prodotti agricoli e la logistica.

LE RIVELAZIONI DELL’AMBASCIATORE TURCO AL CAIRO SALIH MUTLU SEN

A rendere ancora più interessante il quadro emerso dalla vicenda è una recente dichiarazione dell’ambasciatore turco al Cairo, Salih Mutlu Şen, che in un’intervista ha spiegato le ragioni del forte incremento degli investimenti turchi in Egitto a partire dal 2023.

L’ambasciatore turco al Cairo, Salih Mutlu Şen

Secondo il diplomatico, le aziende turche sono attratte da quattro fattori principali: l’accesso privilegiato al mercato statunitense attraverso il programma Qualified Industrial Zones (QIZ), il costo competitivo della manodopera egiziana, la posizione geografica strategica del Paese e la presenza di numerosi accordi di libero scambio già operativi.

In questo contesto, l’Egitto si sta trasformando in una piattaforma industriale regionale capace di collegare interessi economici diversi e talvolta politicamente divergenti. Le imprese turche possono produrre sul territorio egiziano beneficiando di costi contenuti e di canali preferenziali verso gli Stati Uniti, mentre la partecipazione di componenti o input produttivi israeliani consente di soddisfare i requisiti previsti dal sistema QIZ.

Ne emerge un modello economico pragmatico nel quale Egitto, Turchia e Israele, pur attraversati da tensioni diplomatiche e divergenze politiche, continuano a trovare spazi di cooperazione indiretta sotto l’ombrello economico statunitense.

Secondo numerosi osservatori, interrompere completamente tali rapporti avrebbe comportato costi economici significativi sia per Israele che per la Turchia.

UN FENOMENO PIÙ AMPIO?

La piattaforma israeliana sottolinea che la documentazione emersa dal procedimento giudiziario potrebbe rappresentare soltanto una piccola parte di una realtà molto più vasta.

Nel commercio internazionale esistono numerosi precedenti di utilizzo di società registrate in Paesi terzi, triangolazioni commerciali, cambi di documentazione e rotte indirette per aggirare sanzioni, embarghi o restrizioni politiche.

La novità di questa vicenda consiste nel fatto che tali pratiche sarebbero state descritte e documentate nell’ambito di un procedimento giudiziario ufficiale.

Per gli analisti geopolitici, il caso dimostra ancora una volta come gli interessi economici tendano spesso a sopravvivere alle crisi diplomatiche e come il commercio internazionale sviluppi rapidamente meccanismi alternativi quando i canali tradizionali vengono bloccati.

Se le informazioni emerse nel processo verranno confermate da ulteriori indagini o da altre fonti indipendenti, il caso Halok Leader potrebbe trasformarsi in uno dei più significativi esempi recenti di come le reti commerciali internazionali riescano ad adattarsi alle tensioni geopolitiche del Medio Oriente*.

*già pubblicato su europe24.news

*Presidente dell’Associazione Italo-Egiziana Eridanus, Vicepresidente del Centro Studi UCOI-UCOIM

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