L’Albania di oggi

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Ritorno in Albania undici anni dopo: cronaca di un breve viaggio nel Paese delle Aquile

Chi scrive è recentemente tornato da una seconda visita in Albania, dopo quella effettuata nell’estate 2014 nelle città di Tirana, Scutari e Argirocastro. Questa, dal 4 al 7 febbraio, è stata la volta di Durazzo, Valona, Elbasan e Fier, oltre, nuovamente, a Tirana.

Potendo fare un paragone compiuto soltanto con la capitale, sono lampanti i cambiamenti attraversati in questi undici anni, che hanno generato parecchio sviluppo infrastrutturale, ma anche un maggiore divario tra centro e periferie e tra essa e le altre città. Da contatti con persone del posto, le mie impressioni iniziali sulla maggiore sicurezza rispetto alle città italiane è stata confermata, ma vi fa da contraltare una continua ispirazione ai difetti dell’Italia, per cui gli albanesi nutrono ancora una sconfinata venerazione che talvolta sembra sfociare in un accennato complesso di inferiorità non tanto verso di essa, quanto verso l’Occidente in generale. Toponomastiche decisamente improponibili, come “Via Ucraina Libera” o “Via George Bush”, lo testimoniano in maniera tragicomica. E se si possono vedere nuovi grattacieli e centri commerciali rendere ancor più viva (e caotica) la vita a Tirana, diventata “città per super-ricchi” per stessa ammissione dei residenti, emerge parimenti che il settore dell’edilizia nella capitale è interamente controllato dalla ‘ndrangheta: vi si osservano infatti palazzoni e grattacieli avveniristici collocarsi in prossimità di vecchie casupole malandate, con antenne paraboliche scrostate e cavi dell’elettricità affastellati uno sopra l’altro, con piccole abitazioni sopra negozi altrettanto piccoli e modesti; le buche per terra sono però localizzate e non diffuse come da noi. Nelle altre città la situazione è più uniforme, marcando però un sensibile distacco dalla capitale.

Fuori dalla città, le autostrade sono tutte di recentissima costruzione: poco è il traffico (gli ingorghi sono tutti attorno al centro cittadino) e buono l’asfalto, ma non si è tenuto conto delle popolazioni locali che si sono viste tagliare in due quello che doveva essere il villaggio originario, costringendo i residenti ad attraversare a piedi la parte dell’autostrada interessata per recarsi a far compere. Cosa, quest’ultima, del resto non più facilissima: agli elevati costi della benzina, si aggiunge un rincaro dei prezzi in generale, con l’acquisizione dell’italica abitudine di assumere sempre e solo “persone con esperienza” da parte della maggioranza dei datori di lavoro; a differenza nostra, però, c’è un salario minimo: l’equivalente di 250€, assolutamente insufficiente per far fronte al carovita. Una tangibile differenza col sistema socialista, che fu il primo al mondo, l’8 novembre 1969, ad abolire persino le tasse.

I monumenti però sono ben preservati, come anche i luoghi d’interesse storico, turistico e di culto. Mi è capitato di sentire dei melodici richiami del muezzin sia a Fier che a Tirana, nonostante l’anelito religioso non sia generalmente molto sentito dalla popolazione, laicizzata in un evidente lascito del periodo socialista e ancora tranquilla e accogliente, soprattutto nei confronti degli italiani. Altri luoghi precedentemente abbandonati, come la Piramide (originariamente pensata come mausoleo di Enver Hoxha), sono rinati a nuova vita, trasformati in luoghi di studio per universitari dotati di bar e addirittura di una serra a mo’ di giardino botanico, un po’ come il Giardino dell’Orticoltura a Firenze, però al chiuso. Permangono le caratteristiche originarie delle altre città riguardo al tessuto economico e produttivo: in particolare, a Elbasan è ancora diffusa e attiva la zona industriale, piena di fabbriche e complessi produttivi palesemente di epoca socialista. Attualmente si intravede un processo inverso a quello della dismissione in Italia, simile a quello che nel nostro Paese abbiamo vissuto negli anni ’60-’70 con la grande auge dell’edilizia abitativa data dal boom economico della Prima Repubblica: un percorso, però, pieno di incognite, perché affidato all’anarchia tipica del modo di produzione capitalistico, che già si intravede in un enorme numero di lavori lasciati a metà, strutture da costruire o ricostruire, e che dietro l’ombra del fallimento nasconde sinistri interrogativi di incertezza sul futuro per la vita quotidiana stessa dei residenti. Residenti, nonostante l’americanizzazione forzata portata avanti nell’ultimo trentennio dal nuovo regime liberale, e i parecchi negozi italiani e minimarket tedeschi, assai patriottici: le bandiere rosse e nere albanesi sono appese o sventolanti praticamente in ogni angolo di qualsiasi città, sia agli alberi che per strada e alle case. Poche quelle della UE, assenti quelle della NATO, che mi era capitato di vedere nel 2014 soprattutto ad Argirocastro, vicino allo spazio dedicato da sempre al Festival Folkloristico Nazionale, ma tante quelle della sedicente Repubblica del Kosovo. Non mancano neppure i murales raffiguranti figure storiche dell’indipendenza dagli ottomani, conquistata il 28 novembre 1912 e ai cui eroi sono dedicate molte statue nei parchi pubblici, anch’essi molto ben tenuti e sicuri. Purtroppo non ho avuto modo di vedere le luci della fontana nella nuova piazza di Durazzo, ristrutturata da architetti italiani, ma le condizioni sono ancora molto buone. Piazza Skanderbeg a Tirana ha invece attraversato un cambiamento radicale: cementata e pavimentata in tempi evidentemente recenti, lo spazio verde si è dimezzato e la statua è stata coperta e spostata per ristrutturazioni poco più indietro, accanto alla piccola ruota panoramica che hanno collocato, penso, in via occasionale.

L’ultimo giorno ho potuto vedere, sempre nella Piazza Skanderbeg, alcuni banchetti (presumo) elettorali, dal momento che fra tre mesi il Paese andrà alle urne per rinnovare la composizione del Parlamento, sullo sfondo di scandali e accuse di corruzione che stanno inficiando sempre più il mandato di Edi Rama (Partito Socialista), al governo dal luglio 2013. I telegiornali, stando al mio scarno albanese, sono focalizzati perlopiù sulla politica interna e hanno affrontato questi temi, non so se di prammatica o per l’occasione elettorale. Ultima nota, positiva: a differenza di altri Paesi ex socialisti, non ho notato alcun anticomunismo nel discorso pubblico, anzi, diversi venditori di libri avevano esposte in bella mostra varie opere di Enver Hoxha, anche in lingua straniera. Ritrovato per puro caso l’Antiqueart, il negozio di antiquariato in cui ero stato undici anni fa, mi sono capitati a tiro un paio di esemplari di Imperialismo e rivoluzione (in albanese e in inglese), come anche una di Riflessioni sul Medio Oriente in francese e Con Stalin in lingua originale. A un banchetto dietro Piazza Skanderbeg non ho potuto farmi sfuggire l’occasione di acquistare dieci libri per un totale di 30€, tra cui una copia de I kruscioviani in italiano.

In un clima più fresco rispetto al mio arrivo e alla mia permanenza, che ha eguagliato il caldo e il sole di questi giorni in Italia, sono tornato contento di aver rivisto un Paese già visitato e di averne potuto valutare alcuni cambiamenti esteriori, ma soprattutto di essermi potuto rifare la vista sulle maestose montagne albanesi, da sempre simbolo di libertà di un popolo che ha saputo mantenere la sua identità senza cedere ad alcun invasore.

Jean Claude Martini

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