Lo stato delle cose

Lo stato delle cose

Abbiamo aspettato di conoscere l’esito delle presidenziali negli Stati Uniti per scrivere questo articolo, e dobbiamo dire che siamo rimasti sorpresi: la vittoria di Trump non è avvenuta di stretta misura come molti si aspettavano, ma con una maggioranza decisa.

Tutto questo al netto di sondaggi più o meno pilotati che lo davano più o meno in parità con la candidata repubblicana Harris, che evidentemente gli elettori hanno giudicato non all’altezza della situazione. In effetti i quattro anni di amministrazione democrat sono stati i peggiori dai tempi di Carter (1976-1980), non a caso quel periodo viene a tutt’oggi definito dagli americani “malaise era”, l’età del disagio. La presidenza di Biden è stata caratterizzata dai sospetti più che plausibili di brogli, dalla piena adesione di Washington al covidismo, anche se in misura molto inferiore rispetto all’Europa, alla ripresa dell’interventismo militare: ma soprattutto da inflazione e impoverimento di larghi strati della popolazione, oltre che da una massiccia polarizzazione dell’opinione pubblica tra l’ideologia imperante della New Left e un tradizionalismo protestante visto come antidoto all’ecologismo radicale e a una malintesa protezione delle minoranze purché siano.

Sono stati gli anni della Cancel Culture, che hanno visto l’abbattimento di monumenti dell’epoca della Guerra Civile e la messa in discussione finanche di Cristoforo Colombo, spagnolo o genovese che fosse.

Sono stati gli anni in cui il carrozzone mediatico ha imposto follie come Biancaneve e Macbeth di colore, ma soprattutto sono stati gli anni dell’ideologia DEI (diversity, equity, inclusion) a qualsiasi costo, prescinendo dal merito e soprattutto dalla logica.

Mentre giornali e cinima strombazzavano il nuovo mondo fluido e inclusivo, gli americani hanno visto il loro potere di acquisto ridursi di oltre il venti per cento e hanno perso il lavoro in massa. Le cause sono tutte da cercare nel disastro annunciato dei lockdown e di oltre due anni di sconquassi economici, per quanto – ripetiamo – tutto questo abbia colpito molto meno gli Stati Uniti rispetto al nostro continente. L’assetto federale degli Stati Uniti consente ai singoli Stati un ampio margine di autonomia, per cui è stato impossibile all’amministrazione centrale imporre misure catastrofiche e penalizzanti come è successo da noi. Il risultato è stato che soprattutto negli Stati con un governatore democrat si sono avuti lockdown e limitazioni del caso, mentre in quelli ad amminsitrazione repubblicana le “misure” sono state più blande se non nulle. Da una New York spettrale e deserta a un South Dakota in cui di “misure” non se ne sono viste per niente. Soprattutto, nessuno si è sognato di impedire ai cittadini statunitensi di viaggiare all’interno del loro Paese se non all’estero. In compenso, tra l’ottobre 2011 e il maggio 2023 uno straniero che volesse visitare gli Stati Uniti doveva essere vaccinato per ottenere un visto turistico.

La sconfitta di Trump nel 2020 è stata accompagnata da un corollario spesso ridicolo di teorie complottiste. Se è molto fondato il sospetto che siano avvenuti brogli in molti Stati (ogni Stato ha il suo sistema di voto, con l’aggravante della diffusione pressoché ovunque del voto elettronico), attorno alla figura di Trump sono sorte molte leggende: gli è stata impedita la rielezione perché sarebbe a capo di un gruppo di patrioti in lotta contro una cabala di satanisti che si nutre del sangue dei bambini, i militari non hanno accettato la sconfitta e hanno continuato a rimanere fedeli a lui (?), Trump si sarebbe reimpadronito del potere attraverso un piano di azione (“trust the plan”) che avrebbe contato sull’apporto decisivo del gruppo Qanon. Niente di tutto questo si è avverato, molto più realisticamente The Donald in questi anni ha lavorato con strumenti meno esoterici per tornare alla Casa Bianca attraverso il fuoco incrociato di buona parte del mondo dell’informazione e dello spettacolo. Verrebbe da dire che ha vinto proprio perché stavolta i Qanon non c’erano a coprire di ridicolo lui e il suo staff.

In effetti il miracolo è stato proprio riuscirci nonostante l’opposizione unanime di buona parte dei potentati economici e mediatici, ma va pure detto che il grande pubblico si è stancato di sentire parlare di transizione ecologica e diritti delle minoranze mentre perdeva il lavoro e la casa.

Naturalmente The Donald l’ha giurata a tutti i suoi nemici, veri o presunti che siano, e c’è da immaginarsi che passerà il primo anno del suo mandato a vendicarsi di chi lo ha ostacolato. E questo potrebbe essere un aspetto determinante della sua seconda presidenza, ancora più orientata verso la politica interna che non verso l’estero. Quello che vuole fare in termini di politica estera è, almeno programmaticamente, mettere fine in qualche modo al conflitto ucraino e possibilmente all’ennesima guerra tra israeliani e palestinesi. Cosa farà davvero e come ci riuscirà non è possibile dirlo in questo momento.

Un aspetto particolare della campagna elettorale è stato la presenza costante di Elon Musk, miliardario di origine sudafricana noto per le automobili elettriche Tesla, per la rete satellitare Star Link, per l’acquisto avvenuto quasi per rabbia del social Twitter, e in misura molto minore per quella che dovrebbe essere la sua attività più notevole: i viaggi spaziali, settore nel quale ha indubbiamente ottenuto grandi successi negli ultimi anni.

Musk costituisce l’antidoto ideale, almeno a livello di immagine, ai vari Bill Gates e Jeff Bezos, notoriamente allineati con i democrat, e non fa mancare il suo parere su nessun tema di politica interna ed estera: ivi inclusa l’Italia, dove si è espresso conto i giudici che bloccano l’espulsione in Albania degli immigrati irregolari, cosa che ha suscitato l’immancabile altolà del presidente Mattarella: “l’Italia sa badare a se stessa”, ha dichiarato Mattarella, imprevedibilmente appoggiato dall’esponente di Fratelli d’Italia Donzelli.

Suggeriremmo a Elon di analizzare più in dettaglio il fatto che il processo di espulsione consiste nel trasportare una ventina di soggetti con una nave da guerra e le spese che ne conseguono, quando si sarebbe potuto fare con un autobus da traghettare nel Paese delle Aquile, ma tant’è. C’è materia per i soliti battibecchi televisivi che in Italia hanno sostituito il dibattito parlamentare. Del resto le Camere stesse sono state ridotte nel numero dei seggi in virtù di una sciagurata riforma avvenuta in nome di una malintesa lotta agli sprechi, col risultato di ottenere un Parlamento e un Senato più deboli rispetto all’esecutivo. Su come l’Italia sia l’unico Paese europeo nel quale i deputati non possono usufruire dell’immunità penale nessun commento, del resto siamo ancora obnubilati dagli strascichi dell’ubriacatura grillesca del Processateli Tutti. Ci piacerebbe sentire il parere di Musk su questo.

Musk non è il solo esponente trumpiano ad essersi espresso sulla politica italiana: un redivivo Steve Bannon, da sempre tra i più stretti consiglieri politici di Trump. finalmente uscito fuori da una serie di traversie che lo hanno visto anche imprigionato, si è rivolto direttamente alla signora Meloni pregandola di tornare quella che era quando il suo partito superava a malapena la soglia di sbarramento del tre per cento. Bannon probabilmente si riferisce a quando la nostra presidente del consiglio definiva la Russia baluardo della civiltà occidentale e tuonava contro lo strapotere di Bruxelles. Il tempo ha dimostrato come la signora Meloni abbia decisamente cambiato indirizzo schierandosi senza riserve verso l’Ucraina e l’altra signora Von der Leyen, espressione dei potentati finanziari sovranazionali. Del resto non fu proprio Giorgia a dire nel 2022 che avrebbe seguito l’agenda Draghi?

A parte qualche impuntatura come la mancata ratifica, quasi a livello personale, del Mes, o l’ossessione verso il rimpatrio degli immigrati irregolari: ma sempre a venti per volta trasportati su una nave da guerra.

Di risolvere gli obbrobri creati dai peggiori governi della storia repubblicana, i due di Conte e quello di Draghi, non se ne parla. Di porre fine allo scempio del PNRR, tutti soldi che dovremo restituire e che stiamo usando per costruire ponti tibetani e piste ciclabili, non se ne parla. Di cancellare lo schifo della digitalizzazione forzata che sta portando al collasso la già putrescente amministrazione pubblica, non se ne parla. Di chiedersi come fare a ripristinare la produzione energetica e industriale, non se ne parla. Di mettere fine agli abusi e agli sprechi delle Regioni, non se ne parla. Di abbassare la pressione fiscale, non se ne parla. Di come ristabilire una politca estera autonoma e il nostro export, non se ne parla. Giorgia appare di qua e di là sorridendo senza fare cose molto diverse da quelle dei suoi illustri predecessori. Ma ai destri di casa nostra va bene così: non c’è più il Pd a governare, poco importa se la Meloni fa più o meno le stesse cose.

Musk e Bannon potrebbero dare qualche suggerimento in merito, visto che soprattutto il primo si starebbe accingendo a ricevere qualche contratto dal governo italiano, e soprattutto visto che il govenrno Meloni ha appena finito di svendere agli americani quote sostanziali delle nostre reti di comunicazione.

C’è solo da sperare che il cambio di passo negli Stati Uniti abbia qualche ricaduta sull’estremismo della commission europea. Per esempio riguardo all’ossessione sul presunto cambiamento climatico e sulla inadeguatezza delle tecnologie che dovrebbero sostituire quelle attuali, ma c’è poco da sperarci. Bruxelles, che ha visto una riconferma non molto confortante della signora Von der Leyen, continuerà sulla sua strada, una strada che passa anche da un irrigidimento della sorveglianza digitale e della censura. Non a caso tutto quello che contraddice la linea ufficiale diventa automaticamente incitazione all’odio. Un retaggio mutuato dalla comunicazione politicamente corretta statunitense, con la differenza che nei prossimi quattro anni perlomeno Cancel Culture ed ecologismo radicale non faranno parte delle politiche federali statunitensi.

C’è poi un altro aspetto che il nostro apparato dell’informazione non tiene nel giusto conto, ovvero che la Nato nei prossimi anni sarà principalmente un affare europeo piuttosto che americano. Non ci riferiamo alla ben nota richiesta da parte degli Stati Uniti secondo la quale ogni Stato membro dovrebbe contribuire per almeno il due per cento del proprio prodotto interno lordo, ma a un cambio di rotta che gli stessi americani vorrebbero imporre alla supposta Alleanza Atlantica: quello di sfilarsene progressivamente. Nel quadriennio bideniano in effetti abbiamo assistito a un cambio di atteggiamento verso l’Europa stessa, se ai tempi di Bush padre Washington stabilì che la conduzione degli affari politici ed economici doveva essere effettuata da francesi e tedeschi, il 2022 ha visto un drastico ridimensionamento sotto qualsiasi punto di vista di questi due Paesi a tutto vantaggio della Commissione. Un indirizzo che senz’altro agli americani fa comodo perché così si tolgono un concorrente. Tutto questo mentre l’Unione Europea sta manifestando una preoccupante tendenza a inglobare Stati nell’area balcanica che finora ne erano rimasti immuni, come Macedonia Albania e Moldova. Nel frattempo al vertice della Nato è salito l’ineffabile Mark Rutte, ex primo ministro olandese segnalatosi soprattutto per avere cercato di eliminare il settore agricolo in nome del surriscaldamento globale e per avere mandato i cani contro i manifestanti che protestavano contro i lockdown.

Oggi una Nato senza Stati Uniti destinata a diventare il favoleggiato braccio armato dell’Unione Europea sembra più che mai una prospettiva realistica. Anzi, tra dazi e divergenze in politica estera si può pure arrivare a immaginarsi che la prossima guerra fredda avverrà… tra Unione Europea e Stati Uniti stessi.

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