L’andazzo – Trentaquattro anni di declino programmato

L’andazzo – Trentaquattro anni di declino programmato

di Giuliano Fresi

Il 31 agosto del 2026 una famiglia romana viene trovata senza vita nel proprio appartamento. Con una pistola regolarmente denunciata il capofamiglia Luca Abbasciano, tecnico informatico, ha ucciso moglie, figlia disabile di sei anni, e il cane. Luca Abbasciano e Valentina Pambianco hanno avuto nel 2020 una bambina nata prematura, a causa di quello che sembra a tutti gli effetti un episodio di malasanità la bimba nasce con gravi problemi motori e congnitivi, nonostante questi i genitori la accolgono con gioia e dedicano tutte le loro risorse alle cure della piccola. Sono “presi in carico” dal servizio sanitario, ma non basta. Delapidano i loro risparmi per tentare la sorte con una cura alternativa proposta da un istituto messicano. Non basta. Non basta la solidarietà di parenti e amici. Tutto il peso della situazione ricade sui genitori che a un certo punto cedono e mettono in atto il gesto estremo. Nel loro appartamento saranno trovate, così scrivono i giornali, venti lettere di scuse e spiegazioni dedicate a chiunque sentissero di doverle.

Questa è l’Italia del 2026, un Paese che non riesce ad aiutare i cittadini più in difficoltà, ma si getta con entusiasmo in cause militari altrui. Solo per l’Ucraina il governo italiano ha speso una cifra stimata tra i quattro e i sette miliardi in pochi anni. Probabilmente non spendere questi soldi non avrebbe salvato i Pambianco, chissà. La sanità italiana vale il 6,2% del PIL, nonostante questo gran parte dei fondi se ne va per pagare le strutture amministrative: venti piccoli ministeri della Salute, uno per Regione, saturi di dirigenti. Le Regioni gestiscono ogni anno circa 190 miliardi tra il proprio mantenimento, esternalizzazioni, consulenze, e molto altro che potrebbe essere risparmiato. I contrari alla loro abolizione sostengono che il risparmio globale ammonterebbe a soli tre miliardi, ma siamo sicuri che togliendo di mezzo venti parlamentini, venti repliche alle cime di rapa di ogni ministero, un numero infinito di enti inutili, probabilmente si otterrebbe una razionalizzazione della spesa pubblica sicuramente maggiore. Del resto, è dal 1999, anno in cui il governo D’Alema assegna alle Regioni la gestione diretta di sanità istruzione e trasporti, che i servizi sono peggiorati in maniera esponenziale. Oppure si mantengono grazie alle transumanze sanitarie Sud-Nord che alimentano efficacemente i bilanci di Regioni come la Lombardia a discapito di altre, visto che le Regioni si pagano tra loro le prestazioni. Ecco perché l’assistenza ai disabili resta perlopiù una chimera, soprattutto nella sponda bassa del Po.

E’ un altro dato di fatto che sono le Regioni ad avere portato dalla loro istituzione a un significativo rafforzamento della presenza mafiosa e del debito pubblico, quel debito pubblico che da decenni tutti promettono di voler diminuire mentre aumenta sempre: soprattutto sotto i governi tecnici come quelli di Monti e Draghi, insieme ai due di Conte i peggiori della storia repubblicana.

Non è questione di destra o di sinistra, come dichiarato in più occasioni dallo stesso Draghi è in vigore il pilota automatico delle riforme a prescindere dalla ragione sociale del governo in carica. Dal governo Amato I (1992) al governo Meloni la linea è sempre la stessa: taglio dei servizi, aumento della spesa pubblica in ambiti inutili, deindustrializzazione, aumento indiscriminato della spesa pubblica, svendite, impegno militare a salvaguardia degli oleodotti altrui, appiattimento diplomatico sulle posizioni di Londra/Parigi/Berlino/Washington/Tel Aviv. Se nel 1991 l’Italia è stata quarta economia mondiale, oggi occupa l’ottavo posto: quello che negli anni Ottanta era della Repubblica Democratica Tedesca.

Inutile incolpare destra o sinistra, si tratta solo di marketing politico nemmeno troppo raffinato, dato l’evidente decadimento culturale italiano: la destra si arravoglia sul tema dell’immigrazione, la sinistra su quello della difesa a oltranza delle minoranze purché siano. Nessun tema, nessuna idea, nessun riferimento a quelli che pure sono stati i fondamenti ideali dei due schieramenti.

Oggi possiamo dire, supportati dai fatti, che tolto qualche provvedimento di natura puramente cosmetica l’andazzo è sempre lo stesso: taglio dei servizi, aumento della spesa pubblica in ambiti inutili, deindustrializzazione, aumento indiscriminato della spesa pubblica, svendite, impegno militare a salvaguardia degli oleodotti altrui, appiattimento diplomatico sulle posizioni di Londra/Parigi/Berlino/Washington/Tel Aviv.

Il 1992 è stato per l’Italia un anno turbolento e di svolta, naturalmente per il peggio.

Il 23 maggio di quell’anno viene ucciso a Palermo il direttore degli Affari Penali Giovanni Falcone. Non è una data casuale, quel giorno le Camere avrebbero dovuto eleggere Giulio Andreotti alla presidenza della Repubblica, si dice che lo stesso Andreotti avrebbe conferito a Bettino Craxi l’incarico di formare un governo di cui probabilmente Falcone sarebbe stato ministro di Grazia e Giustizia. La morte di Falcone provoca un terremoto politico di cui faranno le spese tutte le parti in causa, con un Andreotti perseguitato da oltre un decennio di processo e un Craxi morto in esilio otto anni dopo.

Il 2 giugno a Civitavecchia si riunisce a bordo dello yacht reale inglese (a giustificazione di questo fatto qualcuno ha spiegato che il bastimenti veniva saltuariamente noleggiato a chi ne faceva richiesta per coprire le spese di gestione) un gruppo di dirigenti italiani e finanzieri con lo scopo di spartirsi il patrimonio di imprese allora sotto l’ombrello pubblico dell’IRI.

Tra gli invitati Mario Draghi (direttore generale del Tesoro), che per l’occasione pronuncerà un “discorso” destinato a tracciare la linea politica degli anni a venire, Beniamino Andreatta (senatore) , Carlo Azeglio Ciampi (governatore della Banca d’Italia), e altri. Ufficialmente l’evento era un “seminario sulle privatizzazioni” organizzato dalla banca d’affari S.G. Warburg, nome storico nel campo delle speculazioni finanziarie. Il pilota automatico delle riforme nasce in quella occasione come garanzia per i mercati che la politica italiana non si discosterà mai da questa linea. Ma i garanti sono anche altri: la presidenza della Repubblica, che passerà da un ruolo secondario rispetto alle Camere a quello di censore; la magistratura, arbitro supremo della vita pubblica italiana; la figura dello stesso Draghi che riapparirà a più riprese con vari ruoli anche in ambito comunitario. Si dice infatti che le privatizzazioni ce le chiede l’Europa, in effetti molto del patrimonio produttivo italiano di allora è pubblico: come mai, allora, Paesi come Francia e Germania non hanno dismesso le industrie di Stato (Volkswagen, per dirne una) e non le hanno immesse sul mercato? Vero: l’ottanta per cento del sistema bancario italiano era di proprietà o sotto gestione statale. Come mai la Germania in anni recenti è intervenuta a salvaguardia delle sue banche nazionalizzandole di fatto? Si potrebbe continuare a lungo.

Per mettere in atto un cambiamento così radicale nell’economia italiana è necessario un golpe. Sì, un golpe. Non un golpe di quelli alla sudamericana, con i carri armati per strada e le uccisioni di massa. Un golpe giudiziario, dove tutto un establishment viene messo alla sbarra accusandolo delle peggiori nefandezze. E, tanto per ravvivare un po’ l’atmosfera, qualche bomba qua e là per dare l’impressione che la mafia non fosse del tutto d’accordo con quello che stava succedendo. Non conosciamo le dinamiche interne di Cosa Nostra (tantomeno quelle della più forte ‘Ndrangheta, o della Camorra che in realtà è soprattutto un insieme incoerente di piccoli potentati criminali), ma troviamo poco credibile l’idea che un’organizzazione criminale passata attraverso ben altri rivolgimenti possa cercare di ostacolare quello che allora si definiva pomposamente il Nuovo che Avanza. Nel gennaio 2023 verrà arrestato il presunto organizzatore dell’attentato a Falcone, Matteo Messina Denaro: considerato come uno dei più inafferrabili e pericolosi elementi della mafia, si scoprirà che per molti anni ha condotto un’esistenza tranquilla in quel di Campobello di Mazara a dispetto di indagini internazionali di alto profilo. Sarà vero? Il diretto interessato non può più raccontarlo, visto che è provvidenzialmente deceduto pochi mesi dopo.

Questa è la Seconda Repubblica. Un termine giornalistico che non ha riscontri nella realtà, dato che la Costituzione è sempre quella promulgata nel 1947. Considerata intoccabile da certa parte politica, in realtà è stata emendata più volte per favorire quel Nuovo che Avanza di cui sopra a garanzia dell’intangibilità degli accordi stipulati sul Britannia.

Cessa così di esistere quell’Italia che non solo aveva un ruolo di primo piano nell’economia mondiale, ma che a livello diplomatico ha cercato una propria strada dialogando col Medio Oriente e con l’America Latina. Una potenza industriale in grado di esportare in tutto il mondo, una nazione in grado di cambiare per sempre gli equilibri nel mercato energetico: a Ischia nel 1957, a bordo dello yacht di Angelo Rizzoli (c’è sempre un yacht in queste vicende) lo Shah di Persia e il presidente dell’Eni Enrico Mattei stipulano il primo accordo sul petrolio tra Stati esautorando l’oligopolio privato che lo ha dominato fino ad allora. Per ricompensa Mattei sarà eliminato con una bomba sul suo aereo, lo Shah con una rivoluzione di cui ancora oggi scontiamo le conseguenze e in cui le potenze occidentali hanno avuto un ruolo basilare: si poteva consentire l’ascesa di una nuova potenza nel Golfo Persico né ebraica né cristiana, dotata di una solida base industriale e di una capacità di spesa infinita in virtù delle esportazioni petrolifere?

Intanto nel 1969 è proprio il governo italiano a favorire l’ascesa al potere di un ufficiale dell’esercito libico, il capitano Gheddafi in seguito destinato a raggiungere il grado di colonnello. L’Italia in questa operazione non fa altro che seguire la linea anglo-franco-americana: mettere in piedi un governo amico al fine di garantirsi l’approvvigionamento petrolifero. L’operazione nel 1980 avrà un imprevisto effetto positivo, visto che sarà  proprio il colonnello Gheddafi a salvare la Fiat dal fallimento comprandone il quaranta per cento del pacchetto azionario: “Gheddafi era più efficiente di un banchiere svizzero”, dirà di lui Gianni Agnelli. Sarà per quello che il 27 giugno di quell’anno un nostro aereo di linea verrà abbattuto – pare – dall’aviazione francese che avrebbe voluto eliminare il Colonnello stesso? La tesi ha il suo fascino, perché se i francesi ci fossero riusciti avrebbero ottenuto lo scopo di mettere le mani sul petrolio libico e di destabilizzare seriamente l’economia italiana. Ci riusciranno davvero nel 2011, quando il Colonnello sarà eliminato nel corso di una sanguinosa guerra civile che a tutt’oggi non è ancora cessata.

Ce lo chiede l’Europa. Ma cos’è questa Europa sempre pronta a chiederci nuovi tagli, nuovi sacrifici, nuove svendite? Lontana dall’essere quel paradiso democratico che la sua stessa propaganda dipinge, di fatto è un’oligarchia autonominata che detta la linea politica ed economica di ventisette Paesi. Soprattutto, almeno fino al 2020, è stata uno strumento basilare dell’export e degli investimenti francesi e tedeschi. Poi, nel pieno della follia covidista, qualcosa si è rotto. Nel 2022 l’attacco russo all’Ucraina provoca una serie di sanzioni radicali che non fanno nessun danno alla Russia stessa, bensì a quella Europa che chiede sacrifici e finisce per farne volutamente parecchi: niente più gas e petrolio dalla nazione che è diventata secondo la propaganda ricettacolo di ogni male, niente più investimenti russi nel nostro continente, niente più export verso di loro. A guadagnarci sono soprattutto gli americani, ben felici di venderci a caro prezzo i prodotti energetici di cui abbiamo bisogno. Ma se i prezzi dopo qualche anno di speculazioni si abbassano, ecco che gli americani si inventano una nuova guerra, questa volta contro l’Iran, accusato da decenni di lavorare alla bomba atomica. Strano, gli assalitori l’atomica sono stati i primi ad averla e ad usarla (contro un Giappone che stava chiedendo la resa e per impressionare Stalin), soprattutto ce l’hanno quegli israeliani che per anni hanno premuto affinché gli Stati Uniti attaccassero l’Iran. E l’Iran, che sull’atomica non è mai andato fino in fondo a causa di un divieto imposto da Khomeini negli anni Ottanta prorogato in anni recenti dal defunto Khamenei, probabilmente starà rimpiangendo di non averla davvero: alla Corea del Nord, potenza nucleare, oggi nessuno ha il coraggio di imporre attacchi preventivi ed esportazioni di democrazia. Chi crede alla propaganda degli attaccanti penserà che la guerra sia fatta a fin di bene “perché così torna la democrazia e loro diventano liberi”. Sì, come in Iraq, dove la guerra civile seguita all’attacco americano del 2003 non è mai finita, o come in Siria: dove il regime socialista di Assad è stato rovesciato dall’Isis di buona memoria, Isis con cui oggi le cancellerie occidentali non vedono l’ora di fare affari. Agli esportatori di democrazia interessa avere una ridda di nazioni fallite e instabili per farne carne da macello, e questo è un fatto. E’ possibile che l’Italia della cosiddetta Prima Repubblica avrebbe cercato di mediare tra le parti e di trovare un equilibrio invece di schierarsi apertamente dalla parte di un aggredito che non suscita più la simpatia di nessuno se non di qualche neo-conservatore. Intendiamoci: non siamo dei fan della Operazione Speciale condotta da Putin, ma non siamo nemmeno dei fan dello sperpero di denaro pubblico fatto per tenere in vita un regime che reinveste questi contributi in ville e generi di lusso. Non siamo nemmeno fan dei vari regimi colpiti dall’esportazione di democrazia, ma nemmeno riteniamo che siano le bombe americo-israeliane a doverli rovesciare. Anzi, questa strategia si inquadra in una dinamica che non esitiamo a definire imperialista da parte dello Stato Ebraico, il quale non si accontenta di fare man bassa di proprietà immobiliari un po’ ovunque nel nostro Paese, ma da tempo si è lanciato in una propaganda ossessiva e penetrante che sta condizionando pesantemente il nostro dibattito politico, sempre che ce ne sia uno. Oggi tra i partiti italiani rappresentati alle Camere non ce n’è uno che non sia allineato con Tel Aviv. Le occasionali accuse da parte di qualche esponente non cambiano la sostanza della cosa: ma se ascoltiamo l’ineffabile ministro degli Esteri Tajani, è la Russia che interferisce nei risultati elettorali. Tajani non fa che riprendere la propaganda di Bruxelles, che emerge ogni qual volta gli eurocrati vedono disattesi i risultati referendari o elettorali che vorrebbero. Il che non capita molto spesso, a dire il vero.

La linea politica ed economica di Bruxelles di fatto ha reso terra bruciata il patrimonio industriale di nazioni che sembravano intoccabili fino a qualche anno fa in nome di castronerie ambientaliste e del fanatismo politico. Purtroppo nessuno può chiedere conto alle iene baltiche che la dirigono dei loro sbagli. Il parlamento europeo, l’unico organo eletto a suffragio universale, ha una funzione esclusivamente consultiva nei confronti della Commissione, la quale può emettere direttive e decreti senza contrappesi. Ironicamente, visto che la Commissione per le Annessioni, pardon, per l’Allargamento europeo include la democrazia tra le condizioni di accesso al paradiso eurocratico, la Commissione Europea non potrebbe mai far richiesta per accedere – appunto – al pararadiso eurocratico.

Si può salvare l’Italia?

No, non nelle condizioni attuali. I partiti politici sono basilarmente una finzione che serve a dare l’impressione che ci sia un’alternanza, ma il pilota automatico delle riforme impedisce qualsiasi scostamento dalla linea. Lo stesso pubblico, quel popolo tanto invocato da alcuni, non è assolutamente cosciente dell’andazzo se non quando va a fare benzina: ma accoglie con fatalismo ogni aumento e spera che gli venga lasciato almeno il calcio. La benzina costerebbe meno se comprassimo il prodotto da chi ce lo vende a prezzi di favore, anche perché sono state chiuse più di ventotto raffinerie solo in Italia sempre per aderire ai desiderata di eurocrati e speculatori. In Italia il petrolio, a dire il vero, c’è, ma non lo sfruttiamo per non disturbare i manovratori. Il più grande giacimento dell’Europa continentale si trova in Basilicata, ma viene sfruttato dai francesi. Di gas ne abbiamo un po’ in Adriatico, ma non viene estratto a causa di una legge demenziale che vieta le trivellazioni a meno di dodici miglia dalla costa. Nel frattempo i croati hanno intensificato l’estrazione nel loro mare con buona pace di tutti. Sì, potrà andare al governo anche una destra meno moderata di quella che c’è adesso: ma non andrà mai oltre il pilota automatico delle riforme. Tanto meno lo farà la sinistra, che del resto a livello cosmetico si vende come pilastro dell’europeismo. Forse avremmo davvero bisogno di una nuova costituzione, magari priva di quell’articolo 75 che vieta di sottoporre a referendum leggi di bilancio e trattati internazionali. Così forse potremmo uscire tanto dalla gabbia eurocratica quanto dalla Nato prima di venire trascinati in qualche guaio veramente serio. La Nato, considerata per decenni fonte di stabilità e sicurezza, oggi è in mano a soggetti poco affidabili e molto propensi alla guerra verso la Russia. La quale Russia, se avesse davvero voluto attaccarci, lo avrebbe fatto sei anni fa quando eravamo al minimo della nostra capacità difensiva in virtù della follia covidista di quegli anni. In più, le forze armate europee assommano sì e no a un decimo di quelle russe o americane, per non parlare di quelle cinesi. Si parla di un progressivo sfilamento americano dalla Nato, la quale potrebbe evolversi nel tanto vagheggiato esercito europeo. Questo non impedisce a due “alleati” come Grecia e Turchia di guardarsi in cagnesco, con la prima che ha appena stipulato con Israele un accordo per quella che è di fatto una fusione delle rispettive forze militari. La Turchia di contro ha appena messo insieme una nuova alleanza militare con Arabia Saudita e Pakistan a cui potrebbe aggiungersi presto l’Egitto, e forse addirittura l’Iran. Ma l’Italia continua imperterrita a seguire la linea politica delle cancellerie nordeuropee e a scialacquare miliardi in cause perse.

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