di Antonio Sparano
Ci prendiamo una pausa dalle dolorose vicende in atto nel Golfo Persico per parlare di qualcosa di più vicino a noi: Napoli.
Un tempo tra le prime capitali europee, Napoli ha sofferto molto dall’invasione garibaldesca del 1860, quando ha potuto riprendersi e diventare terza città industriale italiana è arrivata la guerra del 1940 a devastarla un’altra volta. Ma Napoli ha sempre trovato l’energia per risorgere, forse sono la sua cultura, le sue mille contraddizioni, l’abitudine a convivere col male e con il bene il segreto della sua vitalità.
(IFO)
Se è vero che spesso non bisognerebbe dare alcun valore a giornali e periodici statunitensi che si arrischiano ad affrontare la storia e la cultura di civiltà millenarie, interpretandole secondo dicotomie ben definitive (in puro stile hollywoodiano) che non lasciano alcuno spazio alle sfumature e traendo conclusioni spesso superficiali sul loro presente, resta il fatto che gran parte dell’opinione pubblica è incapace di ignorare i loro articoli sensazionalistici e, men che meno, i loro “approfondimenti”, e così il contenuto, che potrebbe (e dovrebbe) essere declassato a mero pettegolezzo, diventa addirittura oggetto di dibattito sociologico e politico.
Ciò è avvenuto anche dopo la pubblicazione di una articolo della rivista nordamericana “Politico” dedicato alla città di Napoli e pubblicato a fine agosto dello scorso anno. In esso l’autrice, Martina Sapio, senza tanti giri di parole annunciava la morte della città partenopea (Naples is dead recitava il titolo), vittima, a suo dire, del cosiddetto “turismo selvaggio” (overturism in inglese) come Venezia, Milano e Roma. In sintesi, la giornalista sostiene che Napoli stia rapidamente perdendo l’originalità del suo centro storico e della sua cultura popolare trasformandosi in un “centro commerciale a cielo aperto”.
Il pezzo risulta contornato dai nuovi stereotipi, come “la nuova meta del turismo mordi e fuggi”, che accompagnano Napoli da qualche anno e che hanno sostituito quelli vecchi e altrettanto odiosi di città altamente pericolosa e violenta, affibbiatele fino a qualche decennio fa; ciò nonostante, le sue banalità hanno trovato larga eco in una parte del mondo sindacale, politico (soprattutto tra la cosiddetta “sinistra radicale”) e accademico locale e nazionale, il quale, sostanzialmente, sembra condivide il pessimismo cosmico che permea l’articolo.
Eppure, aldilà di ciò che possano pensare i manichei statunitensi e i loro pappagalli italioti, Napoli è tutt’altro che agonizzante o, peggio ancora, morta: Napoli è in continua evoluzione, nonostante un governo centrale che le è da sempre avverso ed istituzioni locali inefficienti, corrotte e parassitarie; Napoli si rinnova sempre, perché questa è la sua natura… un destino inciso già nel suo nome.
Ma, esattamente, cosa le rimproverano questi sedicenti paladini della tradizione? Qual è la sua colpa agli occhi di questi apostoli della napoletanità?
Sembra che a questi signori non vada a genio che i figli di Partenope abbiano finalmente capito che la bellezza della loro terra possa diventare la fonte primaria della loro economica, non tollerano che tutta una città stia prendendo coscienza del proprio potenziale, soffrono maledettamente lo spirito di iniziativa che progressivamente si sta destando anche tra le fasce sociali più basse, le quali non si accontentano più dell’elemosina garantita loro dall’assistenzialismo politico, né tanto meno vogliono più emigrare in vista di un futuro incerto, ma decidono di puntare sulle proprie capacità restando a Napoli.
Così, si sono inventati un nuovo slogan: la “città snaturata”, in quanto il boom turistico, a loro dire, starebbe svuotando il centro storico dei loro abitanti originari, e con essi del suo folclore e della sua storia. Più precisamente, la crescente redditività turistica della città starebbe spingendo i proprietari di immobili situati nei quartieri popolari, come il Rione Sanità e i Quartieri Spagnoli, solo per citarne alcuni, ad aumentare il canone mensile dei loro inquilini, così da costringerli a traslocare altrove, magari in quartieri periferici o in provincia, e lasciargli liberi gli appartamenti, che verrebbero così convertiti in bed and breakfast o case vacanza. Discorso simile riguarderebbe anche le attività commerciali, che sarebbero sempre più monopolizzate, per il constante afflusso di turisti, dal settore gastronomico, con la progressiva scomparsa di tutti gli altri, primo fra tutti quello culturale (librerie, cinema, teatri, music shop, ecc.). Secondo costoro, dunque, Napoli si starerebbe snaturando solo perché una buona parte dei suoi cittadini, ciascuno secondo le proprie possibilità, si è finalmente deciso ad investire nel turismo.
Soffermiamoci, innanzitutto, sulla prima criticità: la crisi abitativa. La classe politica nazionale e locale, con la complicità del mainstream, ne ha scaricato la responsabilità sui napoletani, accusandoli velatamente di sacrificare il bene comune alla propria bramosia di guadagno. In altre parole, la colpa della mancanza di alloggi a Napoli sarebbe da imputare a quei proprietari che hanno deciso di convertire i propri immobili in alloggi per turisti e non all’aumento del costo della vita e alla perdita del potere d’acquisto dei suoi abitanti. È appunto il carovita, di cui anche le istituzioni sono in buona parte responsabili con i loro aumenti costanti di tasse ed imposte, a determinare la crescita dei canoni d’affitto e a rendere impossibile a sempre più residenti del centro di mantenere la regolarità dei pagamenti o, addirittura, a potersene permettere uno.
Tra l’altro, l’aumento progressivo del costo della vita, soprattutto negli ultimi cinque anni e mezzo, fa sì che il problema non sia circoscritto al solo centro cittadino, ma coinvolga anche la periferia e la provincia partenopea, con l’aggiunta, per i loro abitanti, delle difficoltà legate ad una cattiva gestione del trasporto pubblico da parte delle istituzioni locali, che rende quotidianamente complicato spostarsi da un capo all’altro della città. Le linee degli autobus, infatti, continuano a mantenere una frequenza media risalente agli anni ’80 dello scorso secolo. Per quanto concerne le altre modalità di trasporto, come funicolare, cumana, circumvesuviane e metropolitane, non è che la situazione sia migliore: viaggiare in circumvesuviana e cumana è notoriamente un incubo, la funicolare resta spesso chiusa per mesi a causa di reiterati interventi di manutenzione e la rete metropolitana, che include le linee 1, 2 6 ed 11, pur essendo in parte la più moderna, ha una frequenza media di 13,5 minuti (per la Linea 11 Napoli – Aversa è addirittura di 30 minuti), ovvero di molto superiore alla media europea, che oscilla tra i 2 e i 4 minuti; inoltre, tutte le linee si caratterizzano, per buona parte della settimana, per orari di chiusura inammissibili per qualsiasi metropoli, figuriamovi per una città turistica che accoglie quotidianamente migliaia di visitatori.
Per quanto riguarda l’altra presunta emergenza: l’uniformazione, per così dire, delle attività commerciali verso la sola gastronomia, appare, per chi vive realmente Napoli, una semplificazione eccessiva di un suo aspetto, la cui trasformazione richiede una lettura più approfondita.
È certo che, in alcuni suoi quartieri e vie principali, pizzerie, bar e ristoranti si sono moltiplicati, ma parlare di “foodificazione” è quantomai esagerato. In primo luogo, perché, appunto, non riguarda l’intera città: in buona parte di essa la tipologia di negozi è variegata. Piuttosto, le istituzioni, e coloro che fanno da cassa di risonanza alla loro demagogia, dovrebbero interrogarsi sulle cause della cessazione massiva di esercizi commerciali che accomuna molti quartieri periferici napoletani alle altre realtà italiane; magari scoprirebbero che tra le principali vi è sicuramente il gravoso carico fiscale che, giorno dopo giorno, rende sempre più difficile la sopravvivenza di negozianti e piccoli imprenditori in zone meno reclamizzate della città.
E poi: Napoli è nota nel mondo anche per le sue prelibatezze culinarie, per cui, sembra più che ragionevole che chi vi investa il proprio denaro si orienti verso quei settori, come la gastronomia, che sono attualmente più redditizi. Forse è bene ricordarlo, soprattutto in questi tempi di ingerenza statale crescente: si chiama libero mercato.
Dunque, si tratta dell’ennesima polemica sterile, perché se è vero che nella metropoli partenopea alcune attività commerciali, come i negozi di musica, le librerie ed in parte cinema e teatri, si trovano in difficoltà, addossarne la responsabilità al boom turistico rileva, da parte di chi se ne fa portavoce, una totale ignoranza delle regole basilari del capitalismo. Tali attività, dovunque, non solo a Napoli, sono principalmente “vittime” di quella che l’economista austriaco Joseph Schumpeter, nel suo lavoro Capitalismo, Socialismo e Democrazia, chiama la “distruzione creatrice”: in altri termini, esse risentono del progresso tecnologico, che, attualmente, ha portato i consumatori a cambiare le modalità d’acquisto di determinati prodotti, relegando quello al dettaglio ad extrema ratio.
Gli esponenti politici, soprattutto quelli locali, o almeno gli organi di stampa e dell’ “informazione”, che hanno sollevato un tale inconsistente polverone, dovrebbero piuttosto mettere in rilievo come Napoli, nonostante la loro endemica incompetenza, nonostante una criminalità organizzata ancora forte e con cui spesso una parte di questi signori va a braccetto, nonostante una burocrazia soffocante e un carico fiscale crescente, mostri una economica florida (il PIL dell’intera area metropolitana cresce ad un ritmo del 7% annuo) e una vivibilità in costante miglioramento, ovvero, in controtendenza rispetto alle altre due grandi metropoli italiane, che sono Roma e Milano.
Tutto ciò sembra non essere percepito dai politici, sebbene ad ogni tornata elettorale i napoletani, soprattutto le nuove generazioni, mostrino una crescente indifferenza, per non dire insofferenza, verso un stato che percepiscono sempre più parassitario: dalle ultime elezioni politiche a quelle regionali, più recenti, non si è mai superato il 50% di affluenza, registrando per queste ultime poco più di un 39%.
Probabilmente, in tempi di governi prepotenti e bellicosi, è proprio questo il miglior messaggio che i napoletani stanno lanciando al mondo, ovvero, quello di diffidare del potere e rendervisi indipendenti, e forse, in questo grande panopticon in cui si sta trasformando, Napoli davvero resta, come direbbe il professor Bellavista, l’ultima speranza che ha l’umanità per sopravvivere.






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