E’ notizia di oggi che ilministro alla pubblica istruzione, o come diavolo si chiama adesso (le denominazioni dei ministeri cambiano a seconda del governo in carica, ed è tutta una gara a cercare quella più idiota), il valoroso Valditara, ha dichiarato entusiasta alla stampa che “è finita l’era dei diplomifici”, ovvero di quegli istituti di recupero anni scolastici grazie ai quali era possibile non solo recuperare il tempo perduto, ma pure presentarsi direttamente all’esame di maturità da privatisti.
Privatisti che una volta godevano di ben altra considerazione, se negli anni Ottanta il presidente della repubblica Pertini si sentì in dovere di decretare che avrebbero dovuto essere i primi ad essere esaminati dalle commissioni. Altri tempi, altri personaggi, altra Italia.
I cosiddetti diplomifici contro cui Valditara, e in generale una certa intellighenzia di semi-colti, si scaglia in realtà hanno consentito a generazioni di persone adulte di conseguire un diploma senza smettere di lavorare e di poter ottenere un avanzamento di carriera. Concetto, quello della mobilità sociale, che nella nuova Europa tutta tesa a tingersi di verde eco-equo, o militare, non ha più cittadinanza.
I problemi della scuola non sono la presunta facilità del titolo preso da privatista, manco uno volesse porsi al di sopra di quelli che invece i cinque anni delle superiori se li fanno tutti, ma proprio la durata eccessiva dei corsi in sé. Diciamocelo, cinque anni sono troppi e mettono in ragazzi in una condizione di svantaggio rispetto ai coetanei che negli altri Paesi europei a diciassette anni possono già cercarsi un lavoro o iscriversi all’università. In Italia, invece, Paese a tutt’oggi perso nel suo retaggio sabaudo di burocrazia e ipernormazione, si cerca di ritardare il più possibile l’ingresso dei giovani nella vita adulta. Sia, come vedremo, impedendogli di andare a lavorare da minorenni se non hanno intenzione di continuare a studiare, sia obbligandoli di fatto a stare su un banco fino ai diciotto anni ed oltre.
Evitiamo per carità di Patria di commentare la separazione rigida tra Licei e Istituti tecnici, un altro relitto novecentesco di cui nessuno sente la necessità di liberarsi: saranno forse gli orgogliosissimi e testardi reduci del Classico? Ad ogni buon conto l’obbligo scolastico nel 2025 in Italia e nel resto dell’eurozona presuppone un percorso (parcheggio) di studi non inferiore a dieci anni, anche nell’ex eurocratica Inghilterra, dove il ciclo delle superiori dura quattro anni e la maggiore età si consegue a diciassette anni.
Chi scrive è abbastanza vecchio da ricordarsi quando l’obbligo cessava a quattordici anni e molti ragazzi dopo le medie sceglievano di andare a lavorare per aiutare la famiglia o raggiungere una certa indipendenza economica. Oggi il lavoro è possibile a quindici anni grazie al pasticciato concetto dell’alternanza scuola/lavoro, mentre a sedici è già possibile ottenere un contratto in autonomia dai genitori. Ma quanti sono i minorenni che lavorano? Senz’altro meno che nel passato, complice l’ossessione (e spesso la necessità) tutta italiana per il titolo di studio.
Non bastasse questo, in Italia esiste un vero e proprio Partito della Scuola portatore di tutta una propaganda secondo cui l’istruzione stessa non sarebbe solo quella delle materie di studio, ma anche un insieme di valori “capaci di formare il cittadino”. In cosa consistano questi valori possiamo notarlo tutti i giorni sui mezzi di stampa allineati: dalle mitologie fondanti del Risorgimento e della Resistenza alla sempiterna lotta contro la mafia e il fascismo. Che il fascismo come sistema politico non esista più dal 1945 è un dato che sfugge agli assertori dell’emergenza costante, sempre per carità di Patria non ci addentreremo in come il cosiddetto Risorgimento abbia prodotto più sconquassi e disuguaglianze del fascismo stesso. Ma si sa, ogni regime per esistere ha bisogno di un suo epos ideale, tanto più se è in buona parte inventato. Quanto alla lotta alla mafia, bisognerebbe segnalare a chi di antimafia vive che oggi come oggi i fondi di investimento fanno più danni della criminalità organizzata stessa, anzi spesso e volentieri si spalleggiano a vicenda.
Ai miti fondanti del sistema politico italiano nel tempo si sono aggiunti quelli più generici ma non meno pervasivi dell’ambientalismo e della presunta emergenza del cambiamento climatico insieme agli irrununciabili temi di diversità/inclusione/uguaglianza, qualsiasi cosa vogliano dire. Di fatto si tratta di esporre i ragazzi a una dose più pervasiva e massiccia della stessa propaganda che chiunque può leggere su qualsiasi quotidiano a scelta.
E poi c’è un altro sottobosco che di scuola e di emergenze spesso fasulle campa, l’esercito degli psicologi, dei logopedisti, degli insegnanti di sostegno chiamati dove non c’è bisogno. E’ tutta una corsa ad assegnare agli alunni problemi che di fatto non anno, sindromi più o meno farlocche quali il cosiddetto deficit di attenzione e di iperattività. Ma come? Studenti distratti ne sono sempre esistiti, non sarà il caso di interrogarsi sull’incapacità da parte di alcuni insegnanti di esporre le loro materie in maniera interessante? Quanto alla presunta iperattività è notorio che bambini e ragazzi a volte sono un po’ irrequieti, specie se tenuti per ore in una stanza ad ascoltare cose di cui non gliene potrebbe fregare di meno. L’importante è appiccicargli addosso patologie che non hanno per dare un po’ di lavoro al sottobosco di cui sopra. E magari qualche psicofarmaco, come va di moda negli Stati Uniti, dove antidepressivi e ansiolitici sono allegramente somministrati a bambini di sei o sette anni.
Ci tacciamo, sempre per carità di Patria sulla mole di vaccini inutili richiesta per iscriversi a scuola, tra cui quello per il morbillo. Ma come? Tra i sette e i dieci anni era una cosa normale per tutti farsi il giro delle malattie esantematiche, dagli orecchioni (che malattia esantematica però non sono) alla varicella al morbillo, appunto. I genitori di trenta o quarant’anni fa erano contenti quando i figli si ammalavano di questa roba “perché così si levavano il pensiero”. Oggi no, il morbillo è diventato una delle nuove pesti da cui scappare lontano, in nome delle quali scatenare l’ennesima emergenza collettiva come sta succedendo in questi giorni in America.
Infine, c’è un’altra iattura che colpisce chiunque abbia un titolo di studio: la formazione continua obbligatoria. Fino a tempi non troppo lontani i corsi di aggiornamento riguardavano essenzialmente quelle professioni in evoluzione come quella medica, sempre che i diretti interessati fossero disposti ad aggiungere competenze oltre a quelle dell’università e della scuola di formazione. Oggi no. Chiunque, iscritto o meno a uno dei troppi albi professionali, è costretto a buttare tempo e denaro in corsi obbligatori che hanno un solo obiettivo: tenere a galla l’esercito dei formatori. Intendiamoci, non siamo contro il concetto di aggiornamento professionale in sé: riteniamo che ognuno debba essere libero di scegliere come e quando migliorare le proprie competenze senza imposizioni. Anche quando si è dipendenti e il corso lo paga l’azienda.
Ma si sa, oggi tutto è a scadenza. I titoli, le competenze, tutto quello che una volta si dava per acquisito. E’ come se tutto fosse in affitto e niente di proprietà. Proprietà che del resto rimane un miraggio sempre più irraggiungibile grazie alla proletarizzazione di quello che fu il ceto medio italiano. Siamo arrivati al paradosso di avere commessi e “omini” delle consegne con una o due lauree e nessuna speranza di elevare il proprio status. Laureati con specializzazione che, se va bene, perdono giornate in un call-center; gente che ha fatto corsi all’estero che non trova niente di meglio di un posto sottopagato in qualche cooperativa sociale dove loro prendono seicento euro al mese e il presidente della cooperativa stessa almeno diecimila.
Tutto questo sotto l’occhio benevolo di una politica che nel tempo ci ha deliziato con ministri degli Esteri che non sapevano bene l’italiano o che hanno falsificato i titoli di studio per trovarsi al dicastero… dell’istruzione, o come oggi la si vuole chiamare; ministri dell’Agricoltura che sì, hanno iniziato a lavorare a quattordici anni (e meno male), ma che valgono “perché hanno fatto tanto sindacato”. In democrazia è giusto che titoli e diplomi siano solo un aspetto delle qualità personali, perché non può essere così anche nel resto della società?






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