Oggi più che mai numerose aspettative e numerosi interrogativi si addensano sulle elezioni israeliane del 2026.
Sarebbe un eufemismo dire che Israele oggi è il Paese che suscita più divisioni e controversie al mondo, molto più di quell’Iran che vorrebbe combattere e annientare da sempre. Non a caso proprio in questi giorni circola una voce secondo cui la stessa rivoluzione del 1979, quella che ha abbattuto la monarchia persiana vecchia di duemilacinquecento anni, sarebbe avvenuta con il medesimo pretesto col quale oggi si conduce una scriteriata guerra che sta distruggendo l’economia dell’intero Golfo Persico: impedire a una nazione né europea né anglosassone di possedere l’arma nucleare.
L’Iran non è l’unica teocrazia mediorientale, visto che lo stesso nome di Israele è il nome di Dio, in nome di Dio oggi la destra religiosa sta conducendo una violenta campagna espansionista non solo ai danni dei palestinesi, ma anche ai danni della Siria, del Libano, e forse un giorno di Giordania e Turchia. Non è un mistero che nel contempo capitali israeliani stanno comprando estensioni di terreno in tutta l’Europa del Sud, principalmente in Grecia e a Cipro Sud, e pure da noi in Italia con particolare riferimento a Calabria, Puglia, Val d’Aosta, Sicilia.
E tutto questo in nome di una presunta necessità di crearsi una retrovia qualora dovesse avvenire il peggio, così si dice, ma pure per assecondare una pulsione che non esiteremmo a definire coloniale ai danni degli abitanti delle terre sopra menzionate. Espansionismo coloniale, presunzione di superiorità etnica e religiosa, guerra di conquista: chissà perché tutto questo ricorda molto gli acerrimi nemici di costoro che hanno dominato la Germania per dodici anni lo scorso secolo.
A ottobre si vota in quella che viene definita l’unica democrazia del Medio Oriente, il mondo si chiede se tutto questo porrà fine al lungo dominio di Netanyahu: un politico sul quale pesano numerosi procedimenti per corruzione, che si è attaccato a qualunque pretesto per rimanere al potere. Dal covid al 7 ottobre allo sciagurato attacco all’Iran compiuto con i complimenti del presidente Trump.
Quale cambiamento ci si può aspettare dalle elezioni della cosiddetta unica democrazia del Medio Oriente?
(IFO)
di Ambasciatore Amr Helmy
IL CAIRO— Il 27 ottobre gli israeliani non saranno chiamati semplicemente a scegliere un nuovo governo. La posta in gioco, secondo l’analisi dell’Ambasciatore Amr Helmy, riguarda la natura stessa dello Stato di Israele, il futuro delle sue istituzioni e l’equilibrio tra componente democratica, nazionalismo religioso e sicurezza.
Il voto potrebbe trasformarsi, innanzitutto, in un grande referendum politico su Benjamin Netanyahu: sulla sua lunga stagione di governo, sulle alleanze costruite con la destra religiosa e nazionalista e sulla direzione impressa al Paese negli anni della guerra.
È in questa prospettiva che Helmy richiama anche l’analisi di Thomas L. Friedman sul New York Times: il significato delle prossime consultazioni andrebbe ben oltre il destino personale dei leader e investirebbe la tenuta delle istituzioni democratiche.
LA SOGLIA DECISIVA DEI 61 SEGGI
La prima battaglia sarà aritmetica prima ancora che ideologica.
Per governare Israele occorre poter contare su almeno 61 dei 120 deputati della Knesset. In un sistema politico estremamente frammentato, arrivare primi non equivale quindi necessariamente a vincere.
Netanyahu dovrà dimostrare di poter trasformare il consenso elettorale del Likud e dei suoi alleati in una maggioranza parlamentare. L’opposizione dovrà affrontare il problema speculare: essere contro Netanyahu non basta se le diverse anime del fronte alternativo non riescono a costruire una coalizione capace di governare.
È probabilmente questa la maggiore vulnerabilità dello schieramento anti-Netanyahu. Le sue componenti condividono l’obiettivo di porre fine alla sua lunga stagione politica, ma rimangono distanti su numerose questioni decisive.
La vera domanda del 27 ottobre sarà pertanto non soltanto chi vincerà le elezioni, ma chi sarà in grado di costruire il numero magico: 61.
NETANYAHU E LA DESTRA RELIGIOSA
Una vittoria dell’attuale blocco potrebbe consolidare il rapporto tra Netanyahu e le componenti più radicali della destra nazionalista e religiosa.
Secondo Helmy, ciò potrebbe tradursi nella prosecuzione dello scontro sull’indipendenza della magistratura e sui poteri della Corte Suprema e del procuratore generale, riaprendo una delle fratture istituzionali più profonde della società israeliana.
Sul piano territoriale, resterebbe inoltre centrale la questione della Cisgiordania, con il futuro degli insediamenti, le ipotesi di annessione e, più in generale, il rapporto con la popolazione palestinese.
È qui che una normale consultazione elettorale assume un significato molto più ampio: dalle urne potrebbe uscire non semplicemente un governo differente, ma un diverso equilibrio tra l’identità ebraica dello Stato e la sua architettura democratica.
L’ALTERNATIVA A NETANYAHU
Una maggioranza alternativa avrebbe invece davanti un compito altrettanto complesso.
Dovrebbe tentare di ricostruire un equilibrio istituzionale dopo anni di fortissima polarizzazione, affrontare le conseguenze della guerra, gestire il dossier palestinese e ricucire rapporti internazionali sottoposti a forti tensioni.
Ma soprattutto dovrebbe dimostrare di possedere un progetto politico.
Lo slogan «tutto, tranne Netanyahu» può essere sufficiente per mobilitare una parte dell’elettorato; difficilmente, da solo, può rappresentare la piattaforma di un governo stabile.
Figure provenienti anche dall’establishment militare, come l’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, potrebbero avere un ruolo importante nella costruzione di questa alternativa. La prova decisiva sarà però conciliare forze politiche differenti intorno a una strategia comune per il dopoguerra e per i rapporti con i palestinesi.
L’ALLARME DALL’INTERNO DELL’ESTABLISHMENT ISRAELIANO
Particolarmente significativi sono gli avvertimenti provenienti non soltanto dagli oppositori tradizionali del governo, ma da personalità che hanno occupato posizioni centrali nell’apparato politico e di sicurezza israeliano.
Tra queste figura Moshe Ya’alon, già ministro della Difesa e capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane.
Ya’alon ha utilizzato parole estremamente dure contro le correnti più radicali del movimento dei coloni e contro il concetto di supremazia ebraica, arrivando, secondo dichiarazioni riportate dalla stampa israeliana, a formulare paragoni con ideologie razziali dell’Europa del Novecento.
La rilevanza politica di tali affermazioni non risiede soltanto nella loro durezza. Risiede soprattutto nel fatto che provengono da un uomo che ha guidato le forze armate e il Ministero della Difesa.
Sono quindi anche il segnale di una frattura che attraversa settori dello stesso establishment israeliano.
IL RISCHIO DELL’ISOLAMENTO INTERNAZIONALE
La direzione scelta dagli elettori avrà inevitabilmente conseguenze oltre i confini israeliani.
La prosecuzione dell’espansione degli insediamenti e un’eventuale annessione di territori della Cisgiordania potrebbero aumentare ulteriormente le tensioni con una parte dell’Europa e degli Stati Uniti.
Helmy sottolinea in particolare il cambiamento generazionale osservabile in settori dell’opinione pubblica occidentale e la crescente distanza tra le politiche del governo israeliano e alcune componenti liberali e progressiste americane ed europee.
L’eventuale espansione di campagne di boicottaggio accademico e culturale rappresenterebbe soltanto uno degli aspetti del problema.
Per Israele esiste infatti una questione ancora più strategica: il capitale umano.
Un Paese la cui forza economica e militare dipende in misura eccezionale dalla tecnologia, dalla ricerca, dalla medicina e dall’innovazione deve essere in grado di trattenere le proprie competenze migliori.
Il dato richiamato nell’analisi — circa 1.370 medici che avrebbero lasciato Israele per almeno dodici mesi nell’arco degli ultimi tre anni — viene letto proprio come un possibile segnale da osservare con attenzione.
LA QUESTIONE HAREDI: DEMOGRAFIA, ESERCITO ED ECONOMIA
Esiste infine una trasformazione molto più lenta delle dinamiche elettorali, ma potenzialmente ancora più importante: quella demografica.
La questione degli haredim, gli ebrei ultraortodossi, intreccia politica, istruzione, economia e difesa.
La controversia sulle esenzioni dal servizio militare è diventata particolarmente delicata in un momento nel quale le Forze di difesa israeliane sono sottoposte a forti pressioni operative e necessitano di personale.
Ma il problema non riguarda soltanto l’esercito.
L’economista israeliano Dan Ben-David, direttore dello Shoresh Institution for Socioeconomic Research, ha ripetutamente richiamato l’attenzione sull’impatto delle trasformazioni demografiche sul futuro economico del Paese.
Secondo i dati citati da Helmy, la fertilità della popolazione haredi si colloca intorno ai sette figli per donna, molto al di sopra di quella degli altri principali segmenti della società israeliana. Gli haredim rappresenterebbero inoltre già circa un quarto dei bambini all’inizio della scuola primaria.
Se queste dinamiche continueranno, Israele dovrà affrontare una domanda strategica: come mantenere nel lungo periodo un’economia altamente tecnologica, un sistema di welfare sostenibile e forze armate estremamente avanzate modificando contemporaneamente la composizione della propria popolazione?
UN REFERENDUM SULL’ISRAELE DEL FUTURO
È per questo che il voto del 27 ottobre può essere interpretato come qualcosa di più di una competizione tra Netanyahu e i suoi avversari.
Da una parte vi è la possibilità di un Israele nel quale il peso politico della componente religiosa e nazionalista continui ad aumentare e nel quale il confronto sulla magistratura, sugli insediamenti e sui territori palestinesi diventi ancora più radicale.
Dall’altra vi è un’opposizione che promette un riequilibrio istituzionale, ma che deve ancora dimostrare di poter trasformare la propria eterogeneità in un progetto di governo.
In mezzo ci sono una società profondamente segnata dalla guerra, il trauma della sicurezza, la questione palestinese, le trasformazioni demografiche e un rapporto con il mondo occidentale che non può più essere considerato immutabile.
Il numero decisivo sarà 61.
Ma dietro quel numero si nasconde una domanda molto più grande.
Gli israeliani non voteranno soltanto per decidere chi governerà il Paese. Voteranno per scegliere quale Israele vogliono lasciare alle prossime generazioni.






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