Energia e regole fuori scala: l’Europa misura il deficit mentre perde l’economia reale

Energia e regole fuori scala: l’Europa misura il deficit mentre perde l’economia reale

di Marco Pugliese

C’è stato un racconto, in Italia e in Europa, che oggi presenta il conto. L’idea era seducente: meno industria pesante, meno raffinerie, più servizi e più consumo. Globalizziamo la produzione, teniamoci il valore. Peccato che la realtà economica non funzioni come una slide di Bruxelles.

Negli ultimi vent’anni abbiamo smontato pezzi fondamentali della nostra autonomia produttiva. Dal 2005 in poi, l’Europa ha chiuso oltre 20 raffinerie, bruciando più di 3 milioni di barili/giorno di capacità. Nel frattempo, la domanda si è spostata sul gasolio, creando un paradosso quasi comico se non fosse costoso: meno produzione interna, più dipendenza esterna proprio sul carburante che muove l’economia reale. Una follia.

L’energia per l’industria europea costa tra il 30% e il 50% in più rispetto agli Stati Uniti. La manifattura è scesa sotto il 16% del PIL dell’Eurozona, mentre negli USA resta sopra il 18%. In Italia, la produzione industriale non ha ancora recuperato i livelli del 2008 e i salari reali hanno perso oltre il 6% dal 2010. Meno fabbriche, meno potere d’acquisto, più fragilità agli shock. Non è chiaro ancora?

Problema gasolio: il vero moltiplicatore. Trasporti, logistica, agricoltura, industria. Se sale lui, sale tutto. Nel 2026 i prezzi medi viaggiano attorno ai 4,8 dollari al gallone, con picchi oltre i 5,8. Un aumento del 10% può tradursi in rincari tra il 2% e il 4% sui beni di consumo. Lo scaffale del supermercato che cambia prezzo mentre stai ancora leggendo l’etichetta.

Eppure, di fronte a questo scenario, Bruxelles continua a usare strumenti che sembrano progettati per un altro pianeta. Il regolamento (UE) 2024/1263, all’articolo 26, prevede deviazioni in caso di “circostanze eccezionali”. Ma senza soglie quantitative. Nessun interruttore automatico legato a energia, inflazione o PIL. Tutto affidato alla discrezionalità della Commissione.

Si continua a ragionare in termini di deficit, debito, aggiustamenti dello 0,5% del PIL. Numeri puliti, ordinati, rassicuranti. Ma mentre si misura il termometro, la casa sta tremando.

Il problema non è il saldo di bilancio. È il costo dell’energia. È la capacità produttiva. È la tenuta delle filiere. Sono gli aggregati reali, non quelli contabili.

Il risultato è un’Europa che arriva sempre dopo. Prima lo shock, poi la discussione, poi – forse – l’intervento. Nel frattempo, il costo si è già trasferito su imprese e famiglie.

La verità, detta senza giri di parole, è questa: abbiamo scambiato la governance per contabilità. E la contabilità non tiene in piedi un sistema industriale.

Ora il conto è arrivato. E non lo paga Bruxelles: lo paga il cittadino medio, ogni giorno, senza conferenze stampa.

Marco Pugliese, presidente di OpenIndustria

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