di Chiara Cavalieri
Durante una testimonianza trasmessa nel programma “Warning with Nizar”, condotto da Nizar Al-Sisi sulla piattaforma Newsroom, l’ex prigioniero palestinese Mohammed Naji, recentemente rilasciato dalle carceri israeliane, ha svelato un aspetto poco conosciuto della psicologia collettiva israeliana: la paura radicata e persistente dell’Egitto.

Secondo quanto riferito da Naji, che ha trascorso anni nelle prigioni israeliane, le conversazioni quotidiane con i carcerieri e con i soldati hanno rivelato un’inquietudine costante verso il Cairo e verso le Forze Armate egiziane. «L’Egitto rappresenta un terrore permanente nella coscienza israeliana», ha dichiarato il prigioniero, sottolineando come il tema egiziano emerga frequentemente nei discorsi dei soldati, spesso associato a un senso di vulnerabilità storica.
“Una fobia radicata nella memoria del 6 ottobre 1973”
Naji ha raccontato che i detenuti palestinesi, molti dei quali conoscono perfettamente l’ebraico, seguono costantemente i notiziari israeliani. «C’erano due trasmissioni principali all’interno delle prigioni — ha spiegato — e quella delle 20:00 era la più influente. Attraverso queste fonti, abbiamo imparato a leggere le paure nascoste della società israeliana».
Ha poi aggiunto: «Ogni volta che l’Egitto conduce manovre di routine nel Sinai o esercitazioni di sicurezza, i media israeliani reagiscono come se si trattasse di un preludio alla guerra. Le notizie dicono subito: l’Egitto si sta preparando al conflitto, l’Egitto è sull’orlo dell’escalation. Questo riflesso automatico rivela un trauma storico mai superato».
Il riferimento, evidente, è alla Guerra d’Ottobre del 1973, conosciuta in Egitto come la Guerra del Ramadan e in Israele come Guerra dello Yom Kippur. Per Israele, quella fu una ferita profonda, un colpo all’immagine di invincibilità costruita dopo il 1967; per l’Egitto, invece, fu la rinascita dell’orgoglio nazionale.
«La memoria del 6 ottobre non è mai stata cancellata — ha proseguito Naji —. Ogni israeliano la porta dentro come un incubo collettivo. Nei documentari e nelle analisi militari trasmessi ancora oggi, si parla dell’intelligenza strategica egiziana, dell’inganno magistralmente orchestrato dal Cairo e dell’eroismo dei soldati egiziani. Anche i media israeliani ammettono, seppur con riluttanza, che quella vittoria fu monumentale e irripetibile».
L’Egitto come simbolo di dignità araba
Nel suo intervento, Mohammed Naji ha voluto rendere omaggio all’esercito egiziano, ricordando il sangue versato dai soldati del Cairo in difesa della Palestina. «Ogni volta che penso ai martiri egiziani che hanno combattuto e sono caduti per la libertà della nostra terra — ha detto con commozione — provo un immenso orgoglio. Il ruolo dell’Egitto nella causa palestinese non inizia con la diplomazia, ma con il sacrificio di chi ha dato la vita sul campo di battaglia».
Secondo il prigioniero, i palestinesi detenuti in Israele riconoscono all’Egitto un rispetto profondo e un’influenza strategica che va ben oltre la politica. «Quando in Israele si parla dell’Egitto — ha aggiunto —, non si parla solo di un Paese vicino, ma del simbolo di una forza morale, culturale e storica che incute timore. È come se ogni soldato israeliano sapesse, inconsciamente, che un Egitto unito e deciso rappresenterebbe una minaccia insormontabile».
Un terrore che affiora dai media israeliani
Il racconto di Naji trova conferme nei più recenti movimenti mediatici israeliani. Negli ultimi mesi, infatti, diversi media ebraici hanno segnalato con insistenza le manovre militari egiziane nel Sinai, arrivando a dichiarare il confine con l’Egitto “zona militare”. Secondo analisti locali, si tratta di una strategia di pressione politica, ma anche di un riflesso psicologico: una reazione di autodifesa dettata dalla paura.
Naji ha commentato ironicamente questo atteggiamento: «Ogni volta che un elicottero egiziano sorvola il deserto, scatta un’allerta. È come se i fantasmi del 1973 tornassero a perseguitarli».
Il valore della memoria
Le parole del prigioniero palestinese offrono una prospettiva rara su come l’Egitto continui a influenzare, anche indirettamente, la percezione israeliana della sicurezza. La guerra di quarant’anni fa rimane un elemento psicologico vivo, trasmesso da generazione a generazione.
L’Egitto, dal canto suo, continua a mantenere un ruolo di equilibrio nella regione: un mediatore temuto e rispettato, la cui forza militare e morale rimane impressa nella mente collettiva del Medio Oriente.
Come ha concluso Mohammed Naji:
“Il popolo che ha attraversato il Canale di Suez con il cuore e con il coraggio non potrà mai essere dimenticato. Gli israeliani lo sanno. E questo li spaventa più di qualsiasi esercito.”
*L’autrice è presidente della associazione Italo-Egiziana Eridanus e vicepresidente del Centro Studi UCOI-UCOIM



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