In questi giorni sono in molti a chiederselo. Dopo una rielezione scontata in seguito ai quattro anni disastrosi di Biden, dopo mille promesse di isolamento e di tenersi fuori da “stupide guerre infinite”, Trump rovescia il tavolo e delude una buona metà dei suoi fans. Invita gli iraniani a trattare sul nucleare e, quando il suo accolito Netanyahu (per sfuggire a una serie di processi incombenti) bombarda all’improvviso, si schiera con l’aggressore. Da oggi chi avrà più il coraggio di fidarsi di un individuo simile? (G.F.)
«Fede – diceva Nietzsche – significa non voler sapere quel che è vero.»: un modus pensandi che si ripete ciclicamente tra le masse ogni volta che l’élite finanziaria programma “un cambiamento epocale”. Il sostegno incondizionato, quasi una sorta di venerazione, di una parte dell’opinione pubblica mondiale, quella cosiddetta “conservatrice” e “anti-globalista”, nei confronti del nuovo/vecchio inquilino della Casa Bianca non si sottrae a questa logica, la quale, a sua volta, rientra in una rigida visione dualistica del mondo, una sorta di manicheismo sociale, che da sempre il vero potere fomenta per conservarsi ad eternum.
Va detto però che, al di là della forza mediatica di cui dispone, ha potuto imporre all’umanità questa artificiosa concezione della società grazie soprattutto all’amnesia che ciclicamente affetta buona parte dei suoi membri, i quali tendono a dimenticare in breve tempo le incoerenze, i voltafaccia e le giravolte dei loro idoli politici, e Donald Trump non fa eccezione.
La storia imprenditoriale e politica del Tycoon, come ama farsi chiamare lo stesso presidente statunitense, è alquanto inquietante e smentisce la narrativa dominante che lo dipinge come un antisistema e un acerrimo nemico dello Stato profondo. Trump rappresenta tutt’altro: è l’asse nella manica (trump, in inglese, significa appunto “carta vincente”) sui cui ha deciso di puntare il potere in questo particolare momento storico.
Infatti, al di là di ciò che possono credere i suoi sostenitori, dentro e fuori dagli Stati Uniti, il sodalizio tra il Tycoon e i suoi principali esponenti risale almeno agli anni ’80, quando era solo un recidivo bancarottiere, e negli ultimi anni, da quando gli interessi in gioco che rappresenta hanno assunto rilevanza globale, si è ulteriormente consolidato.
Tali rapporti ebbero inizio grazie all’intercessione di due personaggi molto influenti nella vita di Donald Trump: il celebre pastore e scrittore statunitense, nonché massone, Norman Vincent Peale e l’avvocato Roy Marcus Cohn.
Quest’ultimo, oltre a ricoprire il ruolo di consulente capo del senatore Josef McCaerthy dal 1953 al 1954, fu avvocato personale del Tycoon dal 1973 al 1985. La sua ascesa in ambito politico raggiunse il suo apice nella decade degli ’80, sotto la presidenza di Ronald Reagan. In quegli anni, infatti, i suoi intimi legami con importanti esponenti sia del Partito Repubblicano che di quello Democratico, così come con il capo del FBI, J. Edgar Hoover, lo resero, di fatto, intoccabile. Tuttavia, quando i suoi servigi non furono più utili ai suoi padroni, ma anzi rischiavano di diventare un problema, fu radiato dagli ordini degli avvocati e di lì a poco morì per complicazioni dovute all’AIDS, malattia di cui soffriva da anni. Cohn fu un noto faccendiere al soldo dei candidati repubblicani durante le presidenziali del ’76 e del ’80, ma, come detto, le sue influenti frequentazioni spaziavano in tutti i campi. Tra i suoi amici figuravano Barbara Walters, nota conduttrice e produttrice dell’emittente televisiva ABC, i magnati della comunicazione Rupert Murdoch e Mort Zuckerman, numerose celebrità, avvocati di spicco come Alan Dershowich, eminenti figure della Chiesa Cattolica e delle principali organizzazioni sioniste, come il B’nai B’rith e il World Jewish Congress (il Congresso Ebraico Mondiale). Alla sua morte, molte di questi personaggi avrebbero intrecciato rapporti con un altro losco personaggio, Jeffrey Epstein, e i loro nomi, incluso quello di Donald Trump, sarebbero finiti nel suo “libro nero”. Come il pedofilo Epstein, anche Cohn era solito organizzare, per i suoi influenti amici, feste a sfondo sessuale, molte delle quali nell’hotel Plaza diNew York, che, di lì a qualche anno, sarebbe stato acquistato del suo amico Donald.
Nel 1988, infatti, Trump pagò 400 milioni di dollari per realizzare quello che, a suo dire, era stato uno dei suoi sogni fin da bambino. Tuttavia, in questo come in altri suoi investimenti non sganciò un solo centesimo del suo patrimonio: il denaro glielo prestò la Citibank della famiglia Rockefeller. La gestione economica dell’albergo fu però disastrosa: Donald nominò amministratore delegato del Plaza l’allora moglie Ivana, un’ex modella con nessuna esperienza in ambito imprenditoriale, la quale, tra sprechi e mala competitività, lo condusse rapidamente alla bancarotta.
Come già accennato, si tratta di un modus operandi ricorrente nella attività imprenditoriale del Tycoon e, senza voler fare illazioni, il sospetto che rientri in un sistema di riciclaggio su grande scala è alquanto legittimo, anche perché Trump ha subito svariate denunce in tale senso. Nel corso degli anni, importanti gruppi finanziari, come appunto Citibank, Deutsche Bank, JP Morgan & Chase Co., ecc., gli avrebbero prestato i capitali per realizzare svariati investimenti che, puntualmente, sarebbero culminati in fallimenti a causa di una pessima condotta imprenditoriale. Tuttavia, dato che non si sarebbe trattato del suo denaro, le proprietà di questi investimenti sarebbe tornate ai reali investitori, ovvero alle banche, la quali avrebbero finito col cederle ad acquirenti terzi. Il prestanome, in questo caso Trump, si sarebbe occupato di gonfiarne i fatturati mescolando il denaro sporco con quello legittimo, al fine di inserirlo nel circuito finanziario e ripulirlo.
A quegli stessi anni risalirebbe il suo interesse per il gioco d’azzardo e il sostegno che ottenne, in tal senso, dalla famiglia Rothschild. Anche in questo caso si tratta di investimenti spesso associati al riciclaggio di denaro: soldi sporchi provenienti dalle attività criminali della mafia, da operazioni segrete della CIA, come quella che avrebbe portato allo scandalo Iran-Contra, ripuliti e resi irrintracciabili.
Nell’ 87, un anno dopo la morte del suo mentore e amico Roy Cohn, Trump acquistò il 93% delle azioni della Resorts International, una compagnia del settore alberghiero e del gioco d’azzardo nata dalla fusione di una società fittizia, la Mary Carter Paint Company, creata negli anni ’50 da un uomo di fiducia della famiglia Rockefeller, l’allora capo della CIA Allen Dulles, e dedita al riciclaggio, con la Crosby Miller Corporation di James Crosby, quest’ultimo a sua volta prestanome dell’agenzia di spionaggio statunitense, il quale più tardi avrebbe fondato la Intertel, un’agenzia di sicurezza privata che avrebbe avuto tra i suoi clienti lo Scia’ di Persia, Mohammad Reza Pahlavi, e il dittatore nicaraguense Anastasio Somoza.
Alla morte di Crosby, gli eredi decisero di cedere a Trump la loro quota di azioni della Resort International, ma, come nell’acquisizione del Plaza, anche in quest’affare a metterci i soldi furono personalità di spicco della élite finanziera. Tra i suoi soci: Meyer Lansky, il malavitoso capo del sindacato del gioco d’azzardo, il quale per anni ebbe rapporti d’affari non solo con Israele e il Mossad, ma anche con la CIA e più in generale i servizi segreti statunitensi; la Investors Overseas Services, che all’epoca era il principale fondo d’investimento del mondo; David Rockefeller, erede dell’impero finanziario della sua famiglia: la mente dell’operazione, colui il quale, con la sua influenza, spinse la CIA e altri gruppi bancari a sostenerla; il barone Edmond de Rothschild, esponente della più influente famiglia di banchieri europei; infine, William Mellon Hitchcock, uno degli eredi di un’altra antica e facoltosa famiglia di banchieri statunitensi, anch’egli vincolato con la CIA.
Tuttavia, come reiteratamente accaduto nella storia imprenditoriale del Tycoon, anche la gestione dei tre casinò di Atlantic City si rivelò ben presto fallimentare, forzando le banche dei suoi soci ad appianarne i debiti. Il principale protagonista di questo ennesimo salvataggio fu il finanziere Wilbur Ross. Questo gesuita, allora amministratore delegato senior di Rothschild & Co, riuscì a convincere gli altri obbligazionisti a lasciare a Trump il controllo dei casinò, in cambio di una significativa riduzione del suo pacchetto azionario. Il perché di questa scelta l’avrebbe spiegato lo stesso Ross in una successiva intervista, nella quale avrebbe confessato che valeva la pena salvarlo nuovamente, poiché il nome “Trump” continuava a rappresentare un ottimo investimento. Del resto, proprio Wilbur Ross, l’uomo dei Rothschild, sarebbe stato scelto dal Tycoon come Segretario al Commercio durante la sua prima presidenza.
Ovviamente, trai i soci d’affari di Donald Trump non va dimenticato il lenone Jeffrey Epstein. Secondo il portale di notizie Business Insider, nel 1992 Trump avrebbe organizzato un festa privata nella sua villa di Mar a Lago a Palm Beach, a cui avrebbero partecipato solo loro due e 28 ragazze, condotte al party col suo jet privato dopo aver partecipato ad un concorso di bellezza per un calendario. Sembra che i due fossero così intimi da condividere anche il personale domestico delle proprie tenute, nonostante Donald, dopo la sua caduta in disgrazia a seguito dello scandalo per sfruttamento della prostituzione e abusi su minori, abbia sempre negato il suo vincolo di amicizia con il pappone: stando a quanto riportato da un altro giornale online, il Daily Beast, la governante della sua villa di Palm Beach, la signora Rodica “Ofelia” Banasiak, era infatti la moglie di Janusz Banasiak , il maggiordomo di Epstein, noto alle cronache giudiziarie per essere uno dei principali testimoni delle attività illecite del suo datore di lavoro.
I rapporti del Tycoon con George Soros risalgono, invece, al principio del nuovo millennio, quando il magnate statunitense di origine ungherese contribuì, con un investimento di 160 milioni, nel progetto di costruzione del Trump International Hotel and Tower di Chicago, uno dei grattaceli più alti al mondo: un’impresa costosissima iniziata nel marzo del 2005 e conclusasi con l’inaugurazione di Donald e figli del lussuoso albergo nel gennaio del 2008. Anche in questo caso il sostegno economico ai suoi investimenti è stato abbondantemente ricambiato. Durante la sua prima presidenza, infatti, Trump elesse al segreteria al tesoro il finanziere Steven Mnuchin, ex direttore informatico di Goldman Sachs e socio del magnate ungaro-statunitense nella Soros Fund Management, mentre, per l’attuale, la sua scelta, come è noto, è ricaduta su un altro Soros boy: Scott Bessent, ex capo dell’ufficio londinese della SFM dal ’92 al 2000 e suo ex direttore informatico dal 2011 al 2015, anno in cui, con i soldi prestatigli dal suo mentore (due miliardi di dollari) , decise di fondare la società d’investimento Key Square Group.
Ma stando a quanto propagandato dal mainstream e cantilenato dai suoi fan, oltre al magnate ungaro-statunitense, tra gli acerrimi nemici di Trump figurerebbero anche i coniugi Clinton. Eppure, fino all’anno 2014, cioè ad un anno dall’inizio della sua campagna per le presidenziali che l’avrebbero visto concorrere proprio contro la ex first lady, il Tycoon avrebbe donato alla loro fondazione, secondo i registri contabili della stessa, tra i centomila e i duecentomila dollari.
Riguardo poi alle trionfanti elezioni del 2016, va sottolineato che, tra i suoi più generosi sponsor, vi erano la Pfizer Inc e la Microsoft Corporation. La Pfizer, con quale Trump ha polemizzato durante la crisi sanitaria globale del 2020 a causa delle costanti ingerenze del suo amministratore delegato, Albert Bourla, nelle politiche di contenimento dell’epidemia della Casa Bianca, contribuì alla sua vittoria contro Hillary Clinton con una donazione di un milione di dollari. Lo stesso fece il colosso della Silicon Valley fondato da Bill Gates, al quale Trump offrì, sempre durante la sua prima presidenza, il posto di assessore scientifico della Casa Bianca; ruolo che però il magnate dell’informatica avrebbe rifiutato, perché, come da lui stesso dichiarato alla CNBC, già troppo oberato da altri impegni lavorativi.
A proposito dei suoi rapporti con le multinazionali del farmaco, va detto che Trump è sempre stato molto generoso nei loro confronti. Infatti, fu durante il suo primo mandato, nel 2018, che il Dipartimento di Giustizia approvò la fusione, che diede vita al più grande colosso mondiale nella produzione di semi e pesticidi, tra la tedesca Bayer e la statunitense Monsanto. Il suo sostegno politico (ed economico) a Pfizer e compagnia non cessò nemmeno durante la “pandemia” da Covid-19, nonostante, come accennato precedentemente, l’apparente dissenso dello stesso Trump nei confronti della loro propaganda del terrore: la Gavi (Global Alliance for Vaccines and Immunisation) di Bill e Melinda Gates, ad esempio, ottenne, durante il suo primo mandato, circa un miliardo e duecento milioni di dollari di finanziamenti pubblici, che non furono congelati nemmeno nell’ultimo anno di presidenza, il 2020, quando ebbe inizio, appunto, la crisi sanitaria globale.
Infine, tra i suoi più intimi “amici” vanno ricordati il magnate Elon Musk (nonostante la recente finta rottura) e il discografico Sean “Diddy” Combs, alias Puff Daddy. Per quanto concerne quest’ultimo, oggi in prigione con l’accusa di estorsione, violenza sessuale ed istigazione alla prostituzione, la loro amicizia risale agli anni novanta: basti pensare che all’inaugurazione del Jastin’s Restaurant di New York del 1997 il Tycoon fu insieme l’ospite d’onore e presentatore dell’evento.
Queste, dunque, tutte le più influenti amicizie di Donald Trump, ed è evidente che, al di là di ciò che possa credere la parte “conservatrice” della società statunitense e mondiale, costui non li rappresenta, e mai ci sarà qualcuno che potrà farlo. Stessa conclusione per la sua parte “progressista”, dato che la politica altro non è che l’illusione della rappresentanza: il teatro, dove, ad ogni tornata elettorale, viene inscenata la commedia degli opposti, il cui finale, chiunque vinca la finta contesa, coincide sempre con il trionfo del potere.
Antonio Sparano






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