L’ipotesi dell’incontro fra Trump e Netanyahu si svolge sullo sfondo di una tregua a Gaza tutt’altro che reale: non passa giorno che non giungano notizie di violazioni del cessate il fuoco prevalentemente da parte israeliana. Dall’inizio della “pace” mediata dagli Stati Uniti si conterebbero oltre mille morti. Nel contempo Israele non rinuncia a colpire obiettivi in Libano e nella Siria del nuovo corso dell’ex militante dell’Isis Al-Sharaa.
Su tutto pesa l’incognita di un ennesimo attacco israeliano all’Iran, un atto di aggressione basato sull’assunto che la nazione persiana starebbe lavorando alla produzione di ordigni nucleari, armi che peraltro Israele possiede da molto tempo.
La posizione del presidente Trump è delicata e ambigua: se da un lato vorrebbe passare alla storia come pacificatore, allo stato attuale riesce difficile immaginare che non inizierà lui stesso nuovi conflitti, cosa che gli è riuscita durante il primo mandato. Trump è probabilmente sincero nel suo tentativo di tenere a freno l’alleato israeliano, ma deve fare i conti con la potentissima Aipac (American Israel Public Affairs Commitee, la lobby che fa propaganda per Tel Aviv) senza la quale nessun candidato può andare al Congresso o al Senato; deve fare anche i conti con una opinione pubblica meno che entusiasta dei risultati economici ottenuti finora, ben al di sotto delle promesse elettorali: su tutto pesa la questione dei dazi.
L’Egitto gioca la sua partita destreggiandosi tra interesse nazionale e necessità esterne, con un dissenso interno sempre maggiore verso Israele e le sue azioni.
Il presidente Al-Sisi non è insensibile agli umori della nazione e si comporta di conseguenza.
(IFO)
Gaza, Iran, Libano e il nodo Egitto: Sisi incontrerà Netanyahu?
di Chiara Cavalieri*
TEL AVIV- Manca ormai una sola settimana all’incontro cruciale tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente statunitense Donald Trump, previsto presso il resort di Mar-a-Lago, in Florida. Un vertice che, nelle valutazioni israeliane, si preannuncia particolarmente complesso e carico di implicazioni strategiche.
All’interno della leadership politica e di sicurezza israeliana sono in corso intense discussioni preparatorie, con l’obiettivo di presentare a Trump una visione unitaria e convincente sui principali dossier regionali: Gaza, Iran, Libano e l’equilibrio militare complessivo in Medio Oriente.
Gaza: il nodo centrale del disarmo di Hamas
Il fronte di Gaza resta il più delicato. Secondo Yedioth Ahronoth e il sito Ynet, il punto centrale della contesa riguarda il tempo da concedere ad Hamas per il disarmo.
Israele teme che Hamas possa inscenare una sorta di “disarmo teatrale”, una dimostrazione simbolica priva di effetti reali, per indurre i mediatori internazionali a fare pressione su Tel Aviv affinché passi alla seconda fase dell’accordo, che prevede il ritiro israeliano dalla cosiddetta “linea gialla”.
La posizione israeliana è netta:
●nessuna seconda fase senza un disarmo reale e verificabile;
●rifiuto di operazioni di facciata o “giochi mediatici”;
●convinzione che sarà Israele, e non una futura forza internazionale di stabilizzazione, a dover garantire in ultima istanza il disarmo di Hamas.
Tel Aviv, al momento, lascia che la situazione proceda senza un’escalation immediata, ma non intende fare concessioni strutturali senza risultati concreti sul terreno.
L’Egitto e l’ipotesi di un incontro con Sisi
Un altro elemento centrale riguarda l’Egitto. Nonostante l’importante accordo sul gas firmato tra Israele ed Egitto, le possibilità che il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi partecipi all’incontro con Trump e Netanyahu stanno diminuendo sensibilmente.
Secondo il quotidiano israeliano Yedioth Aronoth , ciò è dovuto soprattutto:
●al clima dell’opinione pubblica al Cairo;
●alla posizione egiziana ferma e non negoziabile sul rifiuto dello sfollamento dei residenti di Gaza.
Il capo del Servizio di Informazione Statale egiziano ha dichiarato in modo esplicito che:
●l’accordo sul gas non ha alcun legame con le decisioni sull’offensiva a Gaza;
●l’Egitto non accetterà alcun piano di trasferimento forzato dei palestinesi;
●non esistono colloqui ufficiali per un incontro imminente tra Sisi e Netanyahu;
●non vi è alcun contatto diplomatico diretto attivo tra Egitto e Israele.
Secondo fonti egiziane, Netanyahu starebbe tentando di “vendere una falsa immagine di vittoria” all’opinione pubblica israeliana, mentre sul piano regionale la situazione resta estremamente fragile.
Iran: l’attacco possibile ma non imminente
Sul fronte iraniano, il dossier è altrettanto sensibile. Dopo un servizio della NBC secondo cui Netanyahu intende presentare a Trump opzioni operative per un nuovo attacco contro l’Iran, Israele è consapevole che:
●Trump non sta cercando una guerra;
●Washington non considera l’ipotesi di attacco come urgente o immediata.
A Tel Aviv prevale l’idea che “gli iraniani non abbiano imparato la lezione dalla guerra”, ma si tiene conto del fatto che Trump potrebbe non voler essere trascinato in un nuovo conflitto.
Tuttavia, se Netanyahu riuscisse a ottenere almeno un via libera politico per un’azione israeliana autonoma, ciò verrebbe considerato un successo strategico per il premier israeliano.
In questo contesto, Axios ha riferito che Israele ha avvertito l’amministrazione Trump che un’esercitazione missilistica della Guardia Rivoluzionaria iraniana potrebbe rappresentare un preludio a un attacco contro Israele.
Fonti statunitensi, però, hanno precisato che l’intelligence USA non ha attualmente indicazioni di un attacco imminente.
Libano: cauto ottimismo e raid continui
Sul fronte libanese, il quadro appare più articolato. Esiste un cauto ottimismo legato ai progressi del governo di Beirut nel disarmo delle armi pesanti di Hezbollah, almeno nel Libano meridionale.
Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha dichiarato che:
●la prima fase del piano di raccolta delle armi, a sud del fiume Litani, è quasi completata;
●il Libano è pronto a passare alla seconda fase, a nord del Litani.
Nonostante ciò, i raid aerei israeliani continuano, e nelle ultime ore si sono verificati due attacchi ravvicinati, a soli 300 metri di distanza l’uno dall’altro, a conferma della fragilità del cessate il fuoco.
Il fattore umano e la strategia di persuasione
Per rafforzare la propria posizione con Trump, Netanyahu intende presentare informazioni di intelligence aggiornate su Iran, Hezbollah e Hamas. Inoltre, ha deciso di portare con sé Tali Goli, madre dell’ultimo soldato israeliano catturato e ucciso in azione, nel tentativo di fare leva anche sull’aspetto emotivo.
Secondo fonti israeliane, l’esperienza passata suggerisce che Trump tende a schierarsi con Israele sulle questioni di sicurezza, anche quando ascolta pareri contrari dei suoi consiglieri, tra cui Jared Kushner e Steve Wittkov, non sempre graditi a Tel Aviv.
Il vantaggio militare qualitativo e il fattore Turchia
Infine, Israele punta a mantenere il proprio vantaggio militare qualitativo e a limitare l’influenza turca nella regione. In questo contesto, il senatore repubblicano Lindsey Graham, durante una conferenza stampa a Tel Aviv, ha dichiarato:
«Dare i caccia F-35 alla Turchia è un errore, anche se fa parte della NATO».
Una posizione perfettamente allineata con quella israeliana, che insiste:
●sul non passare alla seconda fase a Gaza senza il disarmo di Hamas;
●sulla necessità di colpire l’Iran se necessario;
●sull’obiettivo di garantire che Hezbollah rinunci alle sue armi pesanti.
L’incontro tra Netanyahu e Trump si profila come un passaggio chiave per ridefinire gli equilibri regionali. Gaza, Iran, Libano ed Egitto sono tasselli di un’unica partita strategica, in cui Israele cerca di consolidare i propri obiettivi militari e politici, mentre Washington appare intenzionata a contenere l’escalation, senza rinunciare al sostegno storico a Tel Aviv.
Resta aperta una domanda cruciale: l’Egitto resterà il grande assente di questo vertice?
La risposta, probabilmente, dirà molto sul futuro degli equilibri nel Mediterraneo orientale e in Medio Oriente.
*L’autrice e’ presidente della associazione italo- egiziana ERIDANUS e vice presidente del Centro Studi UCOI-UCOIM.
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