Ci siamo occupati lo scorso anno del Somaliland, fino a questo gennaio Paese non riconosciuto dalla comunità internazionale ma comunque al centro di giochi strategici spesso poco confessabili. Finanziato per decenni dagli Emirati Arabi Uniti, oggetto di una importante collaborazione con Taiwan, citato molte volte a sproposito da Trump (“i profughi di Gaza li porteremo in Somaliland”…), cinque mesi fa il Somaliland ha ottenuto un controverso riconoscimento diplomatico da parte di Israele. Contrariamente ai tentativi in questo senso da parte dell’Etiopia, tentativi che si sono risolti quattro anni fa nell’opposizione pressoché totale da parte dell’Unione Africana, il riconoscimento israeliano è stato guardato con scetticismo ma senza reazioni da parte della comunità internazionale. Molti osservatori erano sicuri mesi fa che all’iniziativa israeliana sarebbe seguita quella statunitense, ma a quanto pare Washington nicchia suscitando oltretutto il risentimento israeliano. Fonti ben informate intanto ci dicono che già dall’autunno 2025 il porto e il comprensorio di Berbera si stavano riempiendo di militari statunitensi ed ebraici in vista delle sciagurate operazioni contro l’Iran.
(IFO)
di Chiara Cavalieri
Negli ultimi giorni alcuni media internazionali e siti specializzati in analisi strategica hanno rilanciato una notizia destinata a suscitare grande attenzione negli ambienti diplomatici e militari: durante il conflitto tra Israele e Iran, lo Stato ebraico avrebbe utilizzato infrastrutture operative clandestine in diversi Paesi della regione, compreso il Somaliland.
Le informazioni, che al momento non risultano confermate ufficialmente né da Israele né dalle autorità del Somaliland, meritano tuttavia di essere analizzate perché mettono in evidenza un aspetto spesso trascurato della geopolitica contemporanea: l’importanza crescente del Corno d’Africa negli equilibri di sicurezza del Medio Oriente.
Se le indiscrezioni dovessero trovare conferma, ci troveremmo di fronte a una delle operazioni logistiche e strategiche più interessanti degli ultimi anni, capace di dimostrare come il confronto tra Israele e Iran non si giochi soltanto nel Levante, nel Golfo Persico o nello spazio aereo iraniano, ma coinvolga ormai un’area vastissima che si estende dal Caucaso fino alle coste africane del Mar Rosso.
Israele avrebbe gestito una rete di strutture di supporto in diversi Paesi della regione, tra cui Azerbaigian, Iraq, Emirati Arabi Uniti e Somaliland. Tali installazioni non sarebbero state basi offensive tradizionali, bensì piattaforme destinate a garantire supporto logistico, intelligence, monitoraggio e assistenza alle operazioni a lungo raggio.
Tra le attività attribuite alle presunte strutture presenti nel Somaliland figurano il rifornimento degli aeromobili, il recupero di equipaggi in situazioni di emergenza, la raccolta di informazioni strategiche, il monitoraggio delle attività iraniane e il controllo dei movimenti dei ribelli Houthi nello Yemen.
Per comprendere la portata di queste ipotesi è necessario osservare la carta geografica.
Il Somaliland occupa una posizione straordinariamente importante. Affacciato sul Golfo di Aden, controlla una delle aree più sensibili del traffico marittimo mondiale. Di fronte alle sue coste si trova lo Yemen, mentre a breve distanza si apre lo stretto di Bab el-Mandeb, il passaggio obbligato attraverso il quale transitano le navi dirette dal Mar Rosso verso l’Oceano Indiano e viceversa.
Chi controlla o monitora questa regione dispone di una finestra privilegiata sulle rotte commerciali che collegano Europa, Asia e Medio Oriente.
Per Israele il Mar Rosso rappresenta una via strategica essenziale. Il porto di Eilat costituisce infatti l’accesso meridionale dello Stato ebraico ai commerci con l’Asia e con l’Oceano Indiano. Negli ultimi anni gli attacchi degli Houthi contro il traffico marittimo hanno dimostrato quanto sia vulnerabile questa direttrice e quanto sia importante per Israele poter monitorare ciò che avviene lungo il corridoio che collega Bab el-Mandeb al Golfo Persico.
In questo contesto il Somaliland appare come una vera e propria piattaforma naturale proiettata verso il Medio Oriente. Non sorprende quindi che negli ultimi anni il territorio sia diventato oggetto di crescente interesse da parte di numerosi attori regionali e internazionali.
L’importanza geopolitica del Somaliland non riguarda soltanto Israele.
Anche Emirati Arabi Uniti, Turchia, Stati Uniti, Cina e diverse potenze regionali osservano con attenzione gli sviluppi nell’area. La crescente militarizzazione del Mar Rosso e del Golfo di Aden ha trasformato il Corno d’Africa in uno dei punti nevralgici della sicurezza globale.
Le indiscrezioni sulle attività israeliane assumono inoltre un significato particolare alla luce dell’avvicinamento diplomatico registrato tra Israele e Somaliland negli ultimi anni.
Molti osservatori avevano già sottolineato come il progressivo rafforzamento dei rapporti tra le due parti fosse motivato non soltanto da considerazioni politiche, ma anche da precise valutazioni strategiche. La possibilità di sviluppare cooperazione nel settore portuale, logistico e della sicurezza marittima era stata infatti indicata da numerosi analisti come uno degli obiettivi principali di tale avvicinamento.
Dal punto di vista iraniano, invece, una presenza israeliana stabile sulle coste africane del Mar Rosso rappresenterebbe un elemento di forte preoccupazione.
Teheran considera infatti il Mar Rosso una direttrice fondamentale della propria strategia regionale e guarda con attenzione alle attività degli Houthi nello Yemen, che costituiscono uno degli strumenti più efficaci della proiezione d’influenza iraniana nell’area.
Non è un caso che i leader Houthi abbiano più volte denunciato l’eventualità di una presenza israeliana nel Somaliland, arrivando a definire eventuali infrastrutture israeliane come obiettivi militari legittimi.
L’intera questione assume una rilevanza ancora maggiore se si considera la strategia di contenimento dell’Iran sviluppata negli ultimi anni.
Secondo alcuni analisti, Israele avrebbe progressivamente costruito una rete di relazioni e capacità operative in grado di estendere la propria presenza ben oltre i confini nazionali. L’Azerbaigian a nord, le relazioni con alcuni Paesi del Golfo a est, le capacità operative sviluppate nel Mediterraneo e ora le indiscrezioni relative al Somaliland delineerebbero una sorta di arco strategico attorno alla Repubblica Islamica.
Naturalmente, in assenza di conferme ufficiali, molte delle informazioni diffuse restano nel campo delle ipotesi e delle analisi. Tuttavia, anche se solo una parte di queste ricostruzioni dovesse rivelarsi corretta, emergerebbe con chiarezza una realtà geopolitica ormai evidente: il Corno d’Africa è diventato uno dei principali teatri della competizione strategica mondiale.
Per l’Egitto, che considera il Mar Rosso e il Canale di Suez elementi centrali della propria sicurezza nazionale, gli sviluppi nel Somaliland e nell’intera regione non possono essere considerati marginali. Qualsiasi cambiamento degli equilibri lungo l’asse Bab el-Mandeb-Mar Rosso ha infatti conseguenze dirette sul commercio internazionale, sulla sicurezza energetica e sulla stabilità del Medio Oriente.
Il Somaliland, fino a pochi anni fa quasi sconosciuto al grande pubblico, si sta dunque trasformando in una delle caselle più importanti della nuova scacchiera geopolitica che collega Africa, Medio Oriente e Indo-Pacifico. Ed è proprio in queste aree apparentemente periferiche che si stanno giocando alcune delle partite più decisive del XXI secolo.
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