La guerra buona: illusioni e prospettive di un Occidente finito

La guerra buona: illusioni e prospettive di un Occidente finito

Se c’è una cosa che possiamo dire dell’America del 2026 è che non dà nessuna fiducia. Un Paese che finge di trattare con un altro per poi attaccarlo a tradimento è roba che ci riporta alla Seconda guerra mondiale, qualunque sia la prospettiva.

Fosse stato l’Iran ad attaccare per primo si sarebbe giustamente attirato la riprovazione di tutto il cosiddetto mondo civile, ma a parti invertite i media allineati fanno di tutto per farlo sembrare giusto se non dovuto. Anzi, peggio, normale.

Il 28 febbraio 2026, quando sembrava che proprio oggi, lunedì 2 marzo, delegati americani e iraniani si sarebbero dovuti ritrovare in Oman per discutere limiti e divieti imposti dai primi, è in atto un conflitto in tutto il Golfo Persico che rischia di allargarsi fin qua in Europa.

Gli americani e l’altra teocrazia mediorientale, Israele, non vogliono che l’Iran abbia la bomba atomica, bomba atomica che l’Iran non ha mai avuto e che nonostante i suoi laboratori sotterranei probabilmente non avrebbe avuto lo stesso nella speranza di evitare quello che sta succedendo.

Strana richiesta da parte della teocrazia ebraica, visto che questa di bombe atomiche ne possiede almeno un centinaio per giunta in maniera non dichiarata. Strana richiesta perché anche un Paese molto meno stabile dell’Iran, il Pakistan, ce l’ha. Ricordiamo che ci sono porzioni di territorio pakistano fuori dal controllo governativo, e che lo stesso Pakistan in anni recenti è stato percorso da turbolenze politiche e scontri di confine. Anzi, il Pakistan attualmente è in guerra col suo ex-protetto Afghanistan, il quale è passato dall’appoggio pakistano a quello indiano nel volgere di pochi anni. Mentre l’India stessa è scivolata dal campo non allineato a quello occidentale mercè la presidenza Modi, un politico assai vicino ai fondi di investimento sovranazionali che sono i veri creatori della politica internazionale.

Certo, il regime iraniano non è dei più simpatici: solo nell’ambito delle proteste seguite al crollo repentino della moneta (scatenato dagli americani, per ammissione dello stesso Scott Bessent, segretario al Tesoro degli Stati Uniti) sarebbero state uccise sessantamila persone. E solo negli ultimi mesi questo governo ha abbandonato, almeno nelle grandi città, le politiche più restrittive nei confronti dell’abbigliamento femminile, pensando forse a un tentativo di riconciliazione con una popolazione esasperata. Come è arrivata la tigre dell’economia mediorientale degli anni Settanta ad avere un regime bollato dai più come medioevale?

Bisogna tornare un po’ indietro per capirlo. L’ultimo re, lo Shah Mohamed Reza Pahlavi è stato incoronato nel 1941 in seguito all’invasione anglo-sovietica della Persia per sostituire il padre Reza, che dalla guerra avrebbe voluto restare fuori. I primi anni di regno del giovane Mohamed Reza si caratterizzano per il tentativo da parte del partito comunista locale, il Tudeh, di prendere il potere e per i lunghi periodi all’estero (soprattutto a Roma) che il sovrano ha dovuto trascorrere. Nel frattempo il petrolio persiano è stato monopolizzato dalle società inglesi e americani. Ma nel 1957 lui e il presidente dell’Eni Enrico Mattei siglano a Ischia il primo accordo tra società petrolifere statali che cambierà per sempre il mercato del petrolio. Naturalmente le principali aziende petrolifere non la prenderanno bene: Mattei morirà in un attentato al suo aereo personale nel 1962, il secondo in esilio al Cairo nel 1980. Ma gli anni Sessanta in Iran sono caratterizzati da una furibonda crescita economica e da una modernizzazione a tappe forzate prodotta dai proventi del petrolio stesso.

Contemporaneamente il governo iraniano attua una riforma agraria e un programma di alfabetizzazione su vasta scala che saranno conosciuti come Rivoluzione Bianca: lo Stato compra dai latifondisti la terra coltivabile per assegnarla ai mezzadri, i quali però non avendo dimestichezza con la gestione economica delle coltivazioni finiranno per vendere i loro appezzamenti e trasferirsi in una delle tante bidonville che circondano le città iraniane. La Persia da nazione arretrata e secondaria diventa quasi dal giorno alla notte un importante attore economico internazionale con partecipazioni industriali soprattutto in Italia e in Germania, oltre che un formidabile acquirente di armamenti inglesi e americani. Lo Shah gestisce in prima persona le relazioni economiche che permettono all’Iran di portarsi saldamente nel Ventesimo secolo. Credendo di accreditarsi verso Paesi che hanno sempre visto la Persia come un territorio da saccheggiare, e forse desideroso di venire considerato alla pari, Mohamed Reza colloca l’Iran nel campo occidentale arrivando a siglare un’alleanza con Israele. Ma saranno proprio i Paesi occidentali a tradirlo dal 1978. Le motivazioni sono varie: gli inglesi appoggiano la rivoluzione più che altro per non restituire all’Iran un corposo prestito servito per salvarsi dalla bancarotta nel 1973, gli americani sono convinti che una fascia di nazioni islamizzate possa costituire un deterrente nei confronti dell’allora forte Unione Sovietica, i francesi non vedono l’ora di scatenare una crisi petrolifera per speculare sulle loro riserve. E tutti insieme sono d’accordo sull’eliminare una nascente potenza economica e industriale in grado di fargli concorrenza. Le rivoluzioni iraniane in realtà sono due: una di tutte le forze che si opponevano allo Shah, l’altra puramente islamica. La seconda schiaccerà la prima arrivando a massacrare oltre trentamila comunisti confluiti nel movimento dei mujaheddin-e-khalq, i “ragazzi del popolo”.

Lo Shah lascia Teheran all’inizio del 1979 per finire sballottato per mesi tra Stati Uniti, Messico, Panama, con un cancro allo stadio terminale che lo porterà alla morte al Cairo l’anno successivo. Nel frattempo i francesi rispediscono a Teheran l’ayatollah Khomeini, uomo di origini indiane, che ha passato gli ultimi quindici anni in esilio (Iraq prima e Francia poi) dopo avere contestato l’apertura da parte dello Shah verso i non musulmani nelle alte cariche dello Stato e delle forze armate. Il personale della compagnia di bandiera Iran Air si rifiuterà in blocco di andarlo a prendere a Parigi, così sarà il presidente francese Giscard d’Estaing a offrire un bellissimo 747 dell’Air France a cui sono stati smontati metà dei sedili in modo da consentire a Khomeini di pregare e parlare con i giornalisti durante il volo.

Nel corso del 1980 cadono gli ultimi barlumi di occidentalizzazione e viene imposto il velo alle donne, un provvedimento per il quale le iraniane scenderanno in piazza in più di centomila. Non servirà a niente. Per molto tempo saranno vietate amenità come i parrucchieri per signora, la musica in pubblico di qualsiasi genere, perfino le cravatte. Orde di teppisti reclutati alla bisogna si incaricheranno di far rispettare le nuove leggi prendendo un gusto particolare nel colpire quella borghesia occidentalizzata che il regime gli ha insegnato a odiare.

Da meta del jet-set internazionale all’improvviso Teheran si troverà scagliata indietro di secoli nell’isolamento più tetro. Non bastasse la repressione religiosa, il 22 settembre del 1980 Saddam Hussein, convinto dagli occidentali di una facile vittoria e di essere accolto come un liberatore dai persiani, attacca la regione del Khuzestan. Se Saddam fosse stato un po’ più accorto avrebbe dovuto sapere che certi incoraggiamenti da parte delle grandi potenze non finiscono bene: prima di lui c’era cascato Siad Barre, l’uomo forte della Somalia, convinto che il caos e le lotte intestine seguiti alla rivoluzione in Etiopia avrebbero favorito la sua espansione verso Ovest. Dopo Saddam ci cadranno i generali argentini nel 1982, convinti dall’ambasciatore americano che gli inglesi non sarebbero scesi a reclamare le Falkland. E nel 1990 sarà ancora Saddam a credere che gli americani gli lasceranno occupare il Kuwait per rifarsi dalle spese sostenute in nove anni di guerra contro l’Iran. Ma nello stesso 1980 gli iraniani, dopo uno scacco iniziale, sapranno resistere e addirittura rispedire indietro gli iracheni. Seguiranno comunque nove anni di guerra che i due regimi sfrutteranno soprattutto per consolidarsi ed eliminare al fronte i rispettivi avversari interni. Il mercato del petrolio subisce una seconda crisi portando ad ulteriori ignobili speculazioni, mentre un po’ tutti a Est e Ovest venderanno volentieri armamenti di tutti i generi alle due parti in causa. Nel 1981 addirittura iraniani e israeliani compiranno un’azione aerea congiunta per bombardare la centrale nucleare irachena in costruzione grazie all’assistenza francese.

Nel 1988 questa guerra finisce lasciando oltre un milione di morti sul campo e uno sfoggio propagandistico senza precedenti dal lato occidentale, lato occidentale il quale tratterà fin dall’inizio la rivoluzione come la barbarie in Terra, salvo poi vedere americani e israeliani rifornire le forze armate iraniane di armamenti per far sì che la guerra non finisca troppo presto.

E l’Italia?

L’Italia dal tempo di Mattei fino agli anni Duemila rimane uno dei principali interlocutori di Teheran, anche dopo la rivoluzione. Non solo l’Iran è insieme alla Libia il nostro principale fornitore di petrolio, ma anche un formidabile acquirente di beni e servizi. Oltre all’Eni, le principali imprese di costruzione come la Astaldi, la Impresit, la CMC e tante altre realizzeranno in tutto il Paese importanti opere infrastrutturali. Non solo: gli iraniani sono avidi compratori di tutto quello che l’Italia ha da offrire, dal vestiario alle automobili fino agli elicotteri. Memorabili le carovane di Tir che dalla pianura padana si spingevano fino ai deserti persiani.

Questo discorso non si interrompe nemmeno con la rivoluzione, anzi, per anni l’Italia riesce a sostituire gli Stati Uniti come fornitore di beni e servizi. Curiosamente la guerra con l’Iraq vedrà i nostri due principali statisti Craxi e Andreotti schierarsi il primo con Saddam, il secondo con l’Iran.

Negli anni Novanta l’Iran rivede il suo modello economico statalista e inizia le prime privatizzazioni, liberalizzando di conseguenza molti settori dell’economia. La teppaglia rivoluzionaria, diventata milizia organizzata con la guerra, si trasforma in attore economico di primo piano e investe dal settore immobiliare alla produzione di automobili fino alle linee aeree. Il regime modera alcuni degli aspetti più rigidi della sua politica interna e gli occidentali ricominciano a farsi vedere sul posto intuendo le potenzialità del mercato iraniano. Solo gli Stati Uniti, sempre alla ricerca dell’arcinemico, eviteranno di riprendere i rapporti diplomatici, seppure nel 2003 collaboreranno con Teheran per rovesciare il loro ex alleato iracheno. Anzi, consentiranno all’Iran di occupare economicamente il loro vecchio nemico iracheno.

Ovviamente questo idillio finirà già ai tempi di Obama, per inasprirsi ancora di più con la prima presidenza di Trump nel 2016. Nel frattempo il regime iraniano appoggerà apertamente la causa palestinese, aiuterà in concreto i siriani a combattere quell’Isis sospettamente vicino ad alcune potenze occidentali, farà lo sbaglio di inserirsi nella guerra civile yemenita tutt’ora in corso, cercherà sbocchi economici con il Pakistan e con l’Afghanistan occupato dalla Nato.

Anzi, nel 2017 verrà realizzata la saldatura tra la rete ferroviaria europea, con cui l’Iran comunica attraverso la Turchia, e quella del sub-continente indiano. Questa via commerciale alternativa, che avrebbe velocizzato il commercio tra India ed europa verrà sistematicamente boicottata dai grandi spedizionieri occidentali legati al cartello delle compagnie di navigazione. Le nuove sanzioni americane estrometteranno quelle poche aziende italiane ancora presenti nel Paese e verranno applicate in maniera integrale dal governo Gentiloni, mentre francesi e tedeschi perlopiù se ne infischieranno. Sarà un caso che la maggior parte delle automobili in circolazione in Iran è di derivazione Peugeot e Citroen?

Qual è il rapporto tra gli iraniani e il regime islamico? Quando si trattava di far cadere lo Shah il clero musulmano ha illuso la gente con promesse come acqua e corrente elettrica gratis, cosa mai realizzata. Vero, gli iraniani hanno libero accesso alla sanità pubblica, ma chi può preferisce stipulare un’assicurazione privata e farsi curare nelle strutture gestite da organizzazioni caritatevoli. A proposito, il più grande ospedale ebraico fuori da Israele si trova proprio a Teheran. A tutt’oggi in Iran vivono oltre diecimila persone di religione ebraica, più o meno metà di quanti ne vivono in Italia.

Ma se la rivoluzione ha fallito buona parte delle promesse sociali fatte all’inizio, è stata in grado di costruire uno zoccolo duro di sostenitori legati sia alle milizie Basiji (quelle conosciute da noi come Pasdaran) che all’ipertrofico settore statale. Eppure questo zoccolo duro rappresenta sì e no il due per cento dei novantadue milioni di cittadini iraniani. Il resto fino ad ora ha sopportato la guerra negli anni Ottanta, le sanzioni e l’isolamento economico, la disoccupazione, l’inflazione costante, e gli occasionali giri di vite nel costume. Dagli anni Novanta corpose manifestazioni di giovani sono state costantemente represse nel sangue. Oggi chi ha meno di quarant’anni in Iran ce l’ha a morte con la generazione dei genitori, quella che ha in qualche modo sostenuto la rivoluzione. Tutti quanti guardano al periodo della monarchia come a un’era di splendore perduto e di una statura internazionale che forse non verrà mai recuperata.

L’economia si è adattata alle sanzioni con il cosiddetto sostituto di importazione, arrivando a realizzare prodotti in qualsiasi settore commerciale dal vestiario agli elettrodomestici. Contrariamente all’immaginario televisivo, le grandi città iraniane sono costellate di frequentatissimi centri commerciali. I mezzi pubblici viaggiano ventiquattr’ore al giorno e in molti casi il livello delle infrastrutture supera quello italiano attuale. Naturalmente molto di tutto questo è stato reso possibile dall’assistenza di Paesi come la Cina e la Corea del Sud. Locali pubblici come sale da the e ristoranti attirano ogni sera folle di frequentatori. Ma non è un paradiso, la classe media sta scomparendo (come da noi) sotto i colpi dell’inflazione e di un caro-vita sempre più pressante. Negli ultimi due anni le grandi città hanno visto interruzioni della corrente elettrica e delle forniture di benzina: ufficialmente per ragioni ambientali, ma è chiaro che qualcuno all’interno del regime sta accelerando le condizioni del collasso. Chi è sceso a manifestare in questi anni non lo ha fatto solo per il velo o per il divieto di consumare alcolici in pubblico: la lotta è soprattutto contro la mancanza di misure efficaci contro inflazione e disoccupazione. Agli occhi dei più il regime in questi campi è stato incapace di fronteggiare qualsiasi problema che non fosse di ordine pubblico, anzi, ne ha approfittato per inasprirsi nonostante i temporanei allentamenti nella repressione. Il velo per le donne e le misure discriminatorie nei loro confronti (per esempio la testimonianza legale di una donna ha meno valore di quella di un uomo, una donna eredità metà di quello che spetta ai parenti maschi) sono solo una parte del problema. Il vero problema dell’Iran di oggi, almeno fino allo scorso sabato, è l’impoverimento generale della popolazione. Le cause di questo impoverimento sono soprattutto sanzioni e malagestione. A proposito di sanzioni, le cosiddette nazioni civili dovrebbero pur sapere che non hanno mai fatto cadere un regime, casomai ne hanno rafforzato le classi dominanti: eppure l’Occidente continua a fare lo stesso errore da sempre.

Lo Shah, morto nel 1980, ha lasciato un erede al trono, Reza Ciro, che vive degli Stati Uniti. Occasionalmente lancia proclama alla popolazione e la incoraggia a rovesciare la repubblica islamica. Eppure quello che manca è un movimento di opposizione organizzato, un coordinamento, un governo in esilio. Reza Ciro promette che, una volta tornato in Iran, organizzerà libere elezioni e consentirà ai persiani di scegliere ciò che è meglio per loro. Staremo a vedere. Intanto Trump non è sembrato molto ansioso di sostenerlo, nemmeno in questi giorni in cui bombarda il Paese e incita la popolazione a ribellarsi: “è arrivato il vostro momento, prendete il controllo del Paese, non succederà più!” dichiara. Facile da raccontare a chi in questo momento festeggia la decapitazione del regime, ma dovrà anche affrontare le conseguenze di una guerra di aggressione che Stati Uniti e Israele hanno dichiarato di una nazione. Non del regime, ma di un’intera nazione. Intanto il regime risponde bombardando non solo Israele e le installazioni americane, ma quei Paesi che avrebbero potuto almeno rimanere neutrali se non amici: Emirati Arabi, Qatar, Arabia Saudita. Paesi i quali è molto probabile che si uniranno all’inevitabile coalizione destinata a marciare su Teheran.

In questa coalizione non mancheranno i soliti inglesi, francesi, e tedeschi. Anzi, sembra proprio che l’indirizzo di Bruxelles sia quello di appoggiare l’azione militare contro l’Iran. Dopotutto è quello che gli eurocrati vanno cercando da anni, soprattutto contro una Russia alla quale non potrebbe fregare di meno di attaccare il continente europeo. Va detto che le forze armate europee nel loro complesso rappresentano un decimo di quelle nordamericane e russe, e che il loro contributo sarebbe praticamente simbolico. Ma l’idea di sacrificare qualche migliaio di morti per sedersi al tavolo delle trattative, sempre che rimanga qualcuno con cui trattare, è sempre attuale. Americani ed europei lodano il popolo iraniano che si rivolta contro i suoi oppressori come lo hanno fatto nei confronti di iracheni afgani libici e siriani: salvo abbandonare queste nazioni nel caos più profondo e nella guerra civile.

E questo sembra essere il destino dell’Iran nel futuro prossimo. Purtroppo molti iraniani sono ancora convinti che gli attacchi dureranno poche settimane, che saranno concentrati solo sugli obiettivi militari, e che lo Shah riprenderà il suo ruolo per donare al Paese una nuova era di splendore. Eppure dovrebbero ricordarsi che sono stati proprio i guerrafondai di oggi a deporre il padre perché l’Iran degli anni Settanta stava diventando troppo ricco e potente: l’unica nazione dotata di una vera base industriale, l’unica nazione in grado di competere ad armi pari con l’Occidente e di superarlo sotto molti aspetti.

E l’Italia che fa?

L’Italia degli ultimi anni con l’Iran ha mantenuto un rapporto strano e complesso. Cacciata via dalle commesse economiche più importanti, mantiene comunque (almeno era così fino a sabato 28 febbraio) un interscambio che vale circa settecento milioni di dollari. L’Italia è uno dei pochi Paesi europei ad ammettere studenti iraniani, eppure lo fa al prezzo di una pesante corruzione per concedere i visti di studio. Visti turistici, che pure fino a poco tempo fa avrebbero portato linfa vitale ai centri commerciali del lusso, gli iraniani ricchi esistono ancora e sono tanti, non se ne concedono. Città come Firenze posseggono una vasta comunità persiana fatta di commercianti emigrati soprattutto negli anni della guerra con l’Iraq. In parte sono ex militari dei tempi della monarchia sfuggiti alle purghe rivoluzionarie, in parte sono ex-pasdaran delusi dalla piega che ha preso il regime. Gli studenti sono soprattutto giovani desiderosi di vivere in quel mondo che i canali satellitari di opposizione gli raccontano.

Degli attacchi di sabato 28 febbraio erano informati un po’ tutti i governi europei eccetto uno: quello italiano. A bombardamento cominciato solo gli israeliani si sono degnati di avvertire il valoroso ministro degli Esteri Tajani dell’inizio delle ostilità. Mentre l’altrettanto valoroso ministro della Difesa Crosetto si trovava per turismo a Dubai insieme alla moglie. Incalzato dall’ancor più valorosa opposizione, Crosetto si è sentito in dovere di dichiarare che le spese del volo di Stato per riportarlo a Roma le avrebbe pagate lui. Intendiamoci, Crosetto ne sapeva quanto qualsiasi cittadino italiano, quindi non ci sentiamo di accusarlo per avere scelto Dubai per passare un fine settimana insieme alla moglie. Quello che invece balza agli occhi in maniera inequivocabile è il trattamento da periferia dell’impero riservato al nostro governo, ritenuto indegno di venire messo a parte delle intenzioni bellicose da parte dei soliti noti. Non a caso la signora Meloni fa notare che l’attacco è stato deciso senza consultare i partner europei, solo che i partner europei lo sapevano benissimo: Starmer, Macron, Merz, per primi. Siamo sicuri che si uniranno ad americani e israeliani nelle prossime ore.

Quanto all’Italia, passati i primi mugugni, ovviamente non si esimerà dal partecipare alla guerra, perché questo fa parte del cosiddetto “pilota automatico delle riforme” in essere dal 1992, da quando con un golpe mascherato si è scalzata la parte più incisiva e indipendente della leadership nazionale. Il “pilota automatico delle riforme” è la garanzia che, qualunque sia il colore del governo in carica, servilismo e svendita proseguiranno. Ce lo ha ricordato l’ineffabile Draghi in più occasioni, e il governo Meloni non sta certo facendo meglio dei suoi predecessori: pur senza raggiungere gli abissi dei due governi Conte.

Nel frattempo assistiamo all’inevitabile speculazione sui prezzi di gas e petrolio, rivedremo probabilmente già in settimana benzina e gasolio ai livelli del 2021/2022: due euro e trenta al litro e forse oltre, per non parlare di quello che ci attende con le prossime bollette del gas. Del resto noi non possiamo sfruttare quel poco di gas e petrolio che abbiamo anche in virtù di leggi promulgate da ambientalisti fanatici, e comunque molto del nostro petrolio (abbiamo pur sempre il giacimento più grande dell’europa continentale in Basilicata) lo abbiamo letteralmente regalato ai francesi. Petrolio russo non se ne può comprare, resta quello che gli americani e i francesi ci autorizzano a comprare a costi maggiorati.

Ci aspettano momenti bellissimi, ma cosa dice l’opinione pubblica? Da quello che si legge sui social i più non hanno capito cosa sta succedendo, in generale credono che sia una doverosa operazione di pulizia da parte dei nostri presunti alleati e che comunque nemmeno questo gli impedirà di andarsi a strafogare dai parenti (davanti alla televisione) domenica prossima.

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