La BIS: il deus ex machina della finanza mondiale

La BIS: il deus ex machina della finanza mondiale

di Antonio Sparano

  Il 23 febbraio scorso, ovvero prima dell’attacco congiunto di Stati Uniti ed Israele all’Iran, il Financial Time pubblicava un articolo in cui si affermava che Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, ricevesse annualmente circa 140mila euro in quanto membro del consiglio di amministrazione della Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI), nota più comunemente come Bank for International Settlements (BIS), a cui andavano uniti i 466mila euro di stipendio base in quanto membro della BCE, più i 135mila euro di benefit elargitele sempre da quest’ultima.

  La rivelazione del quotidiano britannico avrebbe suscitato i malumori di altri membri della BCE, dato che il codice del personale della stessa istituzione vieta qualsiasi remunerazione esterna per attività svolte nell’ambito delle funzioni professionali. Da Francoforte, sede della BCE, hanno replicato che la Lagarde non è soggetta alle regole del personale e che il suo ruolo nel Consiglio d’amministrazione della BIS comporta responsabilità dirigenziali e rischi legali che giustificherebbero  tale compenso.

  Aldilà delle considerazioni di natura etica che ciascuno di noi può trarre rispetto alla condotta della presidente della BCE, la notizia ci offre, tuttavia, l’opportunità di approfondire l’origine e il ruolo di un’istituzione, la BIS appunto,che, sebbene sconosciuta ai più, costituisce realmente uno dei poteri più occulti ed influenti al mondo. 

  La storia della BIS inizia il 17 maggio del 1930. Dopo un anno, il mondo non si era ancora ripreso dalla Grande crisi del ’29 e le nazioni alleate, Belgio, Francia, Giappone, Italia, Gran Bretagna e Stati Uniti, avevano bisogno di un meccanismo bancario per gestire le riparazioni di guerra che la Germania doveva pagare secondo quanto stabilito dal Piano Young. Non esistevano, infatti, una struttura finanziaria globale né il sistema swift né trasferimenti elettronici di fondi e a seguito di questa necessità burocratica (un semplice canale per i pagamenti tra nazioni) nacque la Banca dei Regolamenti Internazionali con sede a Basilea, in Svizzera. Per statuto, dunque, il suo ruolo era solo tecnico: doveva garantire scambi finanziari efficienti e sicuri tra le banche centrali dei differenti paesi, e tale origine, per così dire, discreta, spiegherebbe, in parte, la sua posteriore invisibilità pubblica.

  Altro dettaglio importante: la sua esistenza doveva essere temporanea. Nel luglio del 1944, infatti, durante la Conferenza di Bretton Wood, la Norvegia ne propose la dissoluzione: alla fine della guerra la BIS fu accusata di aver aiutato il governo nazista nell’opera di predazione dei beni appartenenti ai paesi occupati durante la Seconda guerra mondiale e prima ancora, nel periodo 1933-45, di aver ammesso all’interno del suo CdA  alcuni tra i maggiori gerarchi nazisti, come Walter Funk ed Emil Puhl, poi condannati al processo di Norimberga. La liquidazione della banca venne sostenuta da altri delegati europei, così come dagli Stati Uniti, ma trovò la ferma opposizione del capo della delegazione britannica John Keynes. Alla fine lo scioglimento della BIS venne approvato, tuttavia la liquidazione della banca non fu mai intrapresa. La delegazione britannica, infatti, non si arrese e, quando il presidente statunitense Roosevelt, favorevole alla decisione, morì nell’aprile1945, il suo successore Harry Truman, persuaso dagli inglesi, ovvero dai Rothschild e soci, decise di cambiare posizione e di sostenere la sospensione dello scioglimento; nel 1948 la decisione di liquidare la BIS venne poi ufficialmente rovesciata.

  Il fatto che un’istituzione destinata alla dissoluzione dalle potenze vincitrici della guerra continui ad esistere non è un dettaglio trascurabile, anzi, ci aiuta a comprendere come funziona realmente il potere finanziario.

  La BIS sopravvisse a Bretton Woods perché già non era più solo uno strumento per gli scambi internazionali, ma l’unico posto al mondo dove i rappresentanti delle banche centrali si riunivano regolarmente per confrontarsi apertamente e coordinare le politiche economiche dei propri paesi prima ancora degli stessi governi. La sua influenza crescente sulla finanza globale, mai rimarcata dal mainstream e men che meno nei dibattiti parlamentari di alcun paese, rimanda agli Accordi di Basilea del 1988, 2004 e 2008, ovvero alle linee guida in materia di requisiti patrimoniali delle banche redatte dal Comitato di Basilea: un’organizzazione internazionale, intrinseca alla BIS, istituita nel 1974 dai governatori delle Banche Centrali dei paesi più industrializzati, il cui scopo è promuovere la cooperazione fra le medesime ed altre agenzie equivalenti e perseguire la stabilità monetaria e finanziaria.

  Gli Accordi di Basilea sono alla base di qualsiasi operazione bancaria: dall’approvazione o meno di un prestito fino all’aumento dei tassi di interesse per la ricapitalizzazione dell’intero sistema nei periodi di incertezza economica. Ovviamente, non attuano in maniera diretta: la BIS, infatti, non dispone di un potere coercitivo, tuttavia, le loro indicazioni sono state recepite dai regolatori nazionali e convertite in legislazioni vincolanti per i cittadini.

  Dunque, la BIS non governa, ma “indica” i criteri a cui i governanti devono adeguare le loro decisioni, e tale prerogativa, come sottolineava già Platone nel Politico, incarna il vero potere, quello che i politologi chiamano “potere strutturale”, che, in quanto tale, è il più difficile da percepire e, quindi, da contestare.

  Eppure, ci si potrebbe chiedere: perché opporvisi? Che ci siano degli esperti preposti a stabilire le regole che evitino l’insorgere crisi bancarie potrebbe apparire alquanto ragionevole e forse in parte lo è. Tuttavia, la questione è proprio questa: chi li ha eletti? Qual è il mandato democratico in virtù del quale operano?

  Ciò che è dato sapere è solo che ogni due mesi, più o meno, essi si riuniscono segretamente a Basilea per confermare o modificare le regole della finanza mondiale: non sono previste sedute pubbliche, conferenze stampe su quanto deliberato né relazioni scritte da trasmettere ai parlamenti dei paesi membri. Ciò che si decide tra le inaccessibili mura del BIS resta occulto.

  Del resto, gli stessi membri della BIS la descrivono come uno spazio in cui i governatori delle banche centrali dei paesi membri possono confrontarsi con franchezza, senza la pressione mediatica né politica che solitamente caratterizza qualsiasi dichiarazione pubblica, e tale riservatezza, dal punto di vista funzionale, appare comprensibile: la politica monetaria è sensibile all’informazione e qualsiasi fuga di notizia, come ad esempio l’intenzione di variare i tassi d’interesse, potrebbe alterare i mercati in un istante. La confidenzialità – sostengono i suoi rappresentanti – protegge l’efficacia tecnica della stessa istituzione, il che potrebbe sembrare addirittura accettabile, tuttavia, ha un costo: la rende autocratica. Inoltre, il BIS beneficia di uno status giuridico speciale: i suoi uffici e i suoi archivi sono inviolabili e, come quelli dell’ONU, del FMI e della Banca Mondiale, anche i suoi membri godono di immunità funzionale, il che è alquanto rilevante dato che si tratta di un’istituzione che influisce sulle condizioni del credito globale, i requisiti patrimoniali bancari e il progetto della moneta del futuro. La BIS, infatti, è il principale promotore della creazione delle CBDC (Central Bank Digital Currencies): le monete digitali emesse direttamente dalle banche centrali. Una CBDC, come già evidenziato in precedenti occasioni, non è una cripto valuta e non è privata: è denaro sovrano, ma in formato digitale, con una capacità di riprogrammazione estranea al contante, il che è tutt’altro che irrilevante. Infatti, in quanto “riprogrammabile”, una CBDC può essere dotata di una data di scadenza per stimolare il consumo, può essere soggetta a restrizioni riguardo a determinati acquisti, può essere vincolata all’identità (a sua volta digitale) del titolare, può essere bloccata in forza di determinate condizioni, ecc.

  Va detto che, ad oggi, nessuno di questi parametri è stata indicato come requisito obbligatorio per le future monete digitali. Ciononostante, tutti sono possibili e la BIS, attraverso la Innovation Hub, la rete globale istituita nel 2019 per promuovere la collaborazione tra banche centrali su tecnologia finanziaria (FinTech) e innovazione, sta già coordinando, in tutto il mondo, progetti pilota che valutano anche tali opzioni. Ed è proprio questo il nodo della questione: i governi nazionali, elettivi, potranno decidere sull’impiego della propria moneta digitale, ma la sua struttura e i suoi standard di interoperabilità sono stati già decisi da un’istituzione globale che nessun cittadino ha votato.

  A questo punto, possiamo ritornare alla Lagarde e ai 140mila euro versatele dalla BIS. È evidente che il compenso in sé costituisce un problema secondario. Cruciale, piuttosto, è quanto ci rivela sulla élite tecnica che dirige il sistema finanziario globale.

  Nessun cittadino europeo e del mondo ha eletto Christine Lagarde membro della BIS: lo è in quanto presidente della BCE, e come lei, automaticamente, gli altri governatori delle principali banche centrali. Lo è in quanto eletta, indirettamente, al vertice della BCE (ad eleggerne il presidente è il Consiglio Europeo, non il Parlamento, il cui parere è solo consultivo) e tale nomina l’ha introdotta, automaticamente, in un sistema di potere che, come visto, va oltre il suo mandato e le prerogative del ruolo per cui è stata scelta.

  Non si tratta di una complotto, ma, come direbbe Marx, di una sovrastruttura, ed in quanto tale non ha bisogno dell’opera di un gruppo di malvagi perché funzioni: basta che nessuno la esamini scrupolosamente. La finanza globale, infatti, si fonda su un paradosso mai sciolto: quanto più si integra nella società, tanto più sviluppa una coordinazione opaca ed elusiva che la rende incontrollabile democraticamente, e la BIS, da circa novantacinque anni, è il fulcro di questo paradosso.

  Il primo passo, dunque, per comprenderla non deve essere l’indignazione, ma il conseguimento della sua esatta struttura. Non sempre, infatti, il sistema è opaco solo perché qualcuno vuole ingannarci: spesso lo è, perché non ci adoperiamo seriamente a renderlo comprensibile a noi stessi, ma preferiamo sottovalutarlo o, peggio ancora, non vederlo, fino a che non evolva in un pericolo per la nostra libertà.

Comments

Una risposta a “La BIS: il deus ex machina della finanza mondiale”

  1. Avatar Gennaro
    Gennaro

    Ottima analisi storica di connessioni ed interessi tra vecchi e nuovi banchieri…complimenti.
    Un tempo noi piccoli uomini cercavamo di capire le dinamiche della mafia locale, poi quella nazionale, poi quella europea, poi quella americana.
    …ormai siamo giunti a quella globale che con le nuove tecnologie controlla tutti gli esseri viventi decidendo nascite, malattie, cure e cremazioni.

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