Non si sono ancora dispersi i fumi della cosiddetta “Guerra dei Dodici Giorni” tra Israele e Iran, che già nuove ipotesi di conflitto agitano gli animi in America e in Medio Oriente.
Le due principali teocrazie della zona sembrano di nuovo sull’orlo di uno scontro missilistico mentre il resto del mondo sta a guardare. Cina e Russia sembrano più intenzionate a favorire un ritorno di Teheran sul tavolo delle trattative sul nucleare, ma soprattutto la Cina stessa non sembra intenzionata a favorire situazioni che possano mettere in discussione il suo approvvigionamento petrolifero, visto che ormai è rimasta l’unico cliente (a prezzi di svendita) del petrolio iraniano.
I russi non perdono invece il loro contegno imperturbabile, essendo già impegnati nello scacchiere europeo diviso tra gli americani a chiacchiere disponibili a una trattativa tra Russia e Ucraina mentre gli eurocrati premono per lo scontro risolutore con Mosca.
Israele è impegnato a tutto campo in una strategia espansiva che non si limita a Gaza, ma vede le sue truppe avanzare in Libano e Siria con i pretesti più svariati: in Libano per disarmare Hezbollah anche se poi questo si traduce più che altro nella distruzione sistematica dei villaggi libanesi a Sud, in Siria con il proposito manifesto di difendere i Drusi, musulmani ma alleati contro il regime di Damasco.
Il regime attuale di Damasco è quanto di peggio ci si potesse aspettare, altro non è che l’Isis di buona memoria contro cui Russia e Siria hanno combattuto, vincendola, una guerra fino al 2017. L’inspiegabile collasso delle truppe siriane lo scorso dicembre ha portato al potere una banda di tagliagole da cui non ci si poteva aspettare altro che gli oltre diecimila morti già fatti negli ultimi otto mesi. Drusi, musulmani alauiti, cristiani, chiunque insomma non vada a genio ai concorrenti mediorientali dei talebani. Una situazione che Israele ha favorito e che sta usando come pretesto non solo per entrare nei confini siriani, ma per tenere in piedi una situazione di instabilità perenne. Proprio come gli americani hanno fatto in Iraq e Afghanistan con gli splendidi risultati che conosciamo: l’Afghanistan è tornato in mano ai talebani, l’Iraq è ostaggio di bande armate che non hanno mai cessato di combattersi nemmeno dopo la grande espansione dell’Isis a nord una decina di anni fa.
A giugno abbiamo assistito all’attacco missilistico condotto da Israele senza nessuna provocazione da parte iraniana, la scusa è che gli iraniani sarebbero vicini ora più che mai alla realizzazione di almeno cinque ordigni nucleari.
Considerazione curiosa, visto che Israele la bomba atomica ce l’ha da almeno sessant’anni, come ce l’ha il Pakistan, un Paese il cui governo controlla se va bene il sessanta per cento del suo territorio essendo il nord in mano alle immancabili bande armate al soldo non si sa di chi.
Netanyahu, ricordiamolo, è indagato in ben sette processi per corruzione e si sta attaccando a tutto pur di rimanere al potere e non comparire di fronte ai giudici. Il 2020, i molto sospetti attacchi del 7 ottobre di due anni fa, e adesso la sua iniziativa di attaccare l’Iran pensando di portare dalla sua anche l’opposizione. Il giochino ha funzionato finché su Tel Aviv non hanno cominciato a piovere missili iraniani, alla faccia del tanto decantato Iron Dome, quello che secondo gli israeliani sarebbe il miglior sistema di difesa al mondo. Sistema che il 7 ottobre non ha funzionato, visto che bande di scalzacani si sono introdotte con pinze e picconi nel confine più sorvegliato della Terra per fare strage di fricchettoni incautamente assembrati in loco per partecipare a un rave-party. La stessa opinione pubblica israeliana si aspettava un’operazione punitiva da concludersi nell’arco di pochi mesi col ritorno di tutti gli ostaggi, invece tra poco siamo al secondo anniversario senza che si sia risolto granché, se non lo strazio quotidiano di Gaza con le sue mattanze di civili.
L’Iran già da cinque anni è oggetto di attacchi mirati che ne starebbero eliminando la leadership un morto dopo l’altro: hanno cominciato gli americani nel febbraio 2020 con l’uccisione a Baghdad del maggior-generale Qasem Suleimani fino all’attentato all’elicottero del presidente Raisi lo scorso anno. Gli attacchi missilistici del giugno 2025 avrebbero colpito quartieri residenziali di Teheran dove vivono i gerarchi dei Pasdaran, ma anche quartieri in cui non sono presenti installazioni di nessun tipo.
L’opinione pubblica iraniana è divisa tra chi incolpa il governo di Masoud Pezeshkian di non avere fatto nulla per difendere la capitale e chi invece, per quanto critico nei confronti del regime islamista, sente che il proprio Paese va difeso.
Molti sostengono che non solo nella prima fase gli allarmi antiaerei non hanno suonato per consentire alla popolazione di cercare rifugio, ma che nei giorni successivi polizia e forze armate avrebbero imposto blocchi stradali in uscita da Teheran per impedire di sfollare. Nonostante questo, chi ha potuto si è rifugiato altrove causando spaventosi ingorghi automobilistici.
Quanto ai siti nucleari, le versioni ufficiali da parte iraniana affermano che non ci sarebbe stato nessun danno sostanziale, mentre da parte israelo-americana si direbbe di sì.
Ma se l’obiettivo era quello di impedire che gli iraniani mettessero insieme un certo numero di testate nucleari, probabilmente gli attacchi di giugno hanno sortito l’effetto opposto: del resto gli impianti di arricchimento dell’uranio sono in funzione come minimo dagli anni Novanta, difficile credere che non si sia fatto nulla in tutto questo tempo.
Entrambe le teocrazie stanno usando questa guerra, quella di giugno e – si spera di no – quella che verrà a fini di politica interna. Netanyahu probabilmente vuole restare primo ministro in eterno, ma è circondato da fanatici come Smotrich (ministro dell’Economia) e Katz (nomen omen, ministro della Difesa) determinati a perseguire il progetto espansivo della Grande Israele dal Mediterraneo fino a buona parte dell’Iraq e naturalmente della Persia.
Non sono chiacchiere, basta esaminare le biografie di questi elementi per scoprire che non solo la pensano in questo modo, ma hanno una fedina penale interessante.
Ergo, non è certo il regime di Khamenei e Pezeshkian l’unico dominato da fanatici religiosi animati da convinzioni deliranti, anzi.
Inutile dire che gli americani sostengono questo conflitto praticamente inevitabile con tutta l’anima, ma per ragioni molto più concrete: secondo gli indicatori economici, in questi giorni gli Stati Uniti sono alle prese col problema di rifinanziare oltre mille miliardi di dollari di deficit, una cosa che una nuova guerra mondiale gli permetterebbe di evitare dando la stura a nuove politiche di spesa molto espansive. Proprio come ha fatto Roosevelt per tutti gli anni Trenta, sperando ardentemente (e creandone le condizioni attraverso una serie di finanziamenti alla Germania nazista) che una nuova guerra mondiale rimediasse ai conti in rosso scaturiti dalla crisi del 1929.
Una cosa va constatata: i sogni dei neoconservatori americani dei primi anni Duemila, quelli di un ordine unipolare incentrato sulla dominanza statunitense priva di qualsiasi contrappeso, si sono infranti non solo all’apparire di una Cina improvvisamente forte e determinata a perseguire una sua linea, ma anche grazie a una Russia riemersa dal caos degli anni Novanta.
Ma anche i sogni di chi vedeva nei Brics, il blocco “alternativo” di brasiliani-insiani-russi-cinesi-sudafricani, non hanno seguito una sorte migliore: troppo diversi per stare insieme e dettare una politica comune, i Paesi del Brics continuano a perseguire agende separate che denotano in realtà degli allineamenti ben precisi. Vale ancora oggi la battuta che si faceva cinquant’anni fa sui Paesi Non Allineati, teorico blocco alternativo agli Stati Uniti e all’Unione Sovietica: gli unici Paesi veramente non allineati sono Stati Uniti e Unione Sovietica. La Cina di cinquant’anni fa si era appena allineata all’America di Nixon e Kissinger per diventarne di fatto il blocco industriale, oggi fa da sé anche con l’aiuto di quella Taiwan che periodicamente finge di voler invadere.
E l’Italia?
L’Italia di Craxi e Andreotti avrebbe cercato di dialogare con tutte le parti in causa per evitare un conflitto e trarne vantaggio, anche solo in termini di prestigio. Quella di oggi è meticolosamente allineata alla politica di Washington e Bruxelles: sostegno a Ucraina e Israele senza condizioni nonostante qualche borsettata contro Israele qua e là.
L’Italia del 2025 è una repubblica delle banane che ha rinunciato alle sue fonti di approvvigionamento energetico per far piacere ai potenti di turno (non importiamo petrolio dall’Iran dal 2018 e dalla Russia dal 2022) e non si azzarda a dire mezza parola che possa dispiacere alle maestrine baltiche di Bruxelles. Inspigabilemente gli stessi eurocrati continuano ad avvalersi per i rapporti col Medio Oriente dei servigi di un italiano che ha difficoltà con la sua stessa lingua, Luigi Di Maio, che certo non si caratterizza per acume e sensibilità politica. Proprio come l’ineffabile Tajani, che per esempio è corso a farsi fotografare con quel gerarca dell’Isis attualmente a capo della Siria come Al-Sharaa.
Quanto a Trump, è ben lontano dal mantenere le promesse fatte in campagna elettorale. Non solo non ha messo fine in ventiquattr’ore alla strana guerra ucraina, ma si è distinto per una serie di dichiarazioni contraddittorie e pagliaccesche che fanno dubitare della sua sanità mentale: tanto sulla Guerra dei Dodici Giorni (“ne stiamo fuori”, “ma no, potremmo entrarci anche noi, chissà”, “vi bombardiamo ma non uccideremo Khamenei anche se sappiamo dov’è”) quanto nella strana guerra che gli eurocrati si ostinano a sostenere al di là di ogni ragionevole dubbio (“do alla Russia cinquanta giorni per trattare”, “anzi no, dodici”, “sì, con Putin abbiamo parlato ed abbiamo avuto un buon colloquio”).
Non è un bello scenario, gli anni Venti del Ventunesimo secolo ci stanno regalando un decennio poco piacevole e ricco di instabilità in cui la prospettiva più ovvia è quella dell’emergenza continua: prima l’influenza, poi la guerra, poi chissà.
A proposito, sapevate che a Salerno hanno isolato sei anziani e un intero reparto ospedaliero con la scusa di quella influenza che ci ha fatto perdere tre anni di vita?






Lascia un commento