La gabbia digitale che ci aspetta

La gabbia digitale che ci aspetta

Bisogna difendere la libertà

di Antonio Sparano

  Nel 1976, presso il Collège de France, Michel Foucault tenne un corso in cui, attraverso un approfondito excursus nella storia della società, mise in evidenza come il potere statale che la soprintende (quella che lui chiama “sovranità”), con il pretesto, appunto, della sua “difesa”, non unifichi, ma assoggetti i suoi membri.

  Società e potere, dunque, non son tra loro complementari, in quanto quest’ultimo, per natura, tende a controllare tutti gli ambiti, anche quelli più intimi, degli individui che la compongono, minacciandone costantemente la libertà.

  Oggi, dopo quasi cinquant’anni da quel famoso corso, poi pubblicato con il titolo Il faut défendre la société (in italiano: Bisogna difendere la società), possiamo affermare che l’aspirazione del potere al controllo totale sulla società non si è attenuata, anzi, grazie alla complicità della scienza e della tecnologia, lo stesso potere ha affinato i propri strumenti di controllo ed in maniera subdola ci sta conducendo nuovamente verso la servitù della gleba.

  Basterebbe soffermarsi sulle iniziative liberticide intraprese, negli ultimi cinque anni, dalla totalità dei governi, non solo quelli notoriamente totalitari, ma anche i cosiddetti “democratici”, per rendersi conto che la strada imboccata da tutti loro mira ad una tecnocrazia di stampo tecnocratico. Inoltre, ci si persuaderebbe che queste iniziative si fondano tutte sulla presunta (ma di fatto infondata) antinomia tra sicurezza e libertà.

  In paesi come la Germania, la Francia, la Gran Bretagna, l’Australia, la stessa Unione Europea, i governi hanno già introdotto o aspirano ad imporre ai loro cittadini misure sempre più dispotiche. Le istituzioni tedesche già perseguono chiunque osi criticare funzionari pubblici sui social network, quelle francesi indagano penalmente le aziende tecnologiche che difendono la riservatezza e la libertà dei loro utenti, il governo inglese sta per legiferare sull’obbligo dell’identità digitale, quello australiano (a partire dallo scorso 10 dicembre) ha imposto il divieto d’accesso ai social ai cittadini inferiori ai 16 anni, infine, la Commissione Europea ha già presentato una proposta di legge che mira alla scansione massiva delle chat private di tutti i suoi cittadini. 

  È evidente oramai che, nonostante la maggioranza dell’umanità ancora non voglia o non riesca a vederlo, tutta le società, inclusa quella occidentale, si stanno avviando verso un deriva liberticida e che la distopia descritta da George Orwell in 1984 è molto più vicina di quanto possiamo immaginare: un mondo in cui gli strumenti tecnologici invece di emanciparci dal potere, si stanno trasformando in catene. Sia chiaro però: il problema non è la tecnologia, ma l’uso che ne fanno i potenti, iniziando da quelli a noi, geograficamente, più prossimi.

  L’UE, o meglio, la Commissione europea, un organo di governo che nessuno ha eletto, si è impegnata, soprattutto negli ultimi cinque anni,  nello sviluppo di una regolamentazione per un internet “sicuro”, ovviamente a scapito della nostra privacy. Prendendo le mosse dalla Digital Services Act (DSA), la legge europea che regola i servizi digitali, entrata in vigore il 17 febbraio 2024, la stessa Commissione ha annunciato, quest’anno, una nuova fase di controllo della rete basata sull’identificazione digitale come mezzo d’accesso a qualsiasi piattaforma. Ufficialmente l’obiettivo è proteggere i minori dai suoi contenuti nocivi; in pratica, Bruxelles sta consolidando quello che molti vedono come un passo decisivo verso l’imposizione dell’identità digitale quale requisito imprescindibile per accedere ad internet.

  La Commissione ha infatti presentato un applicazione ufficiale che gli utenti dovranno istallare sui propri dispositivi elettronici per accedere a piattaforme i cui contenuti sono vietati ai minori. Detto più semplicemente: l’usuario dovrebbe confermare la propria identità presentando, attraverso l’app, un documento ufficiale, come ad esempio la carta d’identità o il passaporto. Comprovata la sua età la stessa genererebbe un codice d’accesso anonimo (token), che certificherebbe che l’usuario è maggiorenne. Da quel momento in poi, ogni volta che proverebbe ad accedere ad un sito per adulti l’app gli fornirebbe un token, in teoria senza rivelare i suoi dati personali. Tuttavia non sarebbe così, perché dopo marzo del 2020 sappiamo bene che per distinguere un “buon” o “cattivo” cittadino qualsiasi governo o  istituzione potrebbe nuovamente arrogarsi l’autorizzazione ad esaminare quei dati.

  La Commissione insiste nel sostenere che tutto il processo preserverebbe l’anonimato, ma è lecito chiedersi: come può essere “anonimo” qualcosa che, nella pratica, vincola ad un’identità digitale registrata l’accesso a contenuti sensibili? Infatti, sebbene il token non presenti le generalità dell’usuario, per ottenerlo questi dovrebbe comunque fornire i propri dati personali. Di conseguenza, il dubbio se si tratti veramente di una misura a garanzia della sicurezza dei minori o, piuttosto, una sorta di controllo sociale camuffato è quantomai legittimo.

  Sia chiaro: qui non si sta discutendo la necessità della protezione infantile. Tuttavia, è evidente che queste norme d’accesso ad internet non si applicherebbero solo ai bambini ed imporre un sistema di identificazione online ai cittadini europei di ogni età aprirebbe, di fatto, le porte a nuove forme di vigilanza massiva che renderebbero l’anonimato quasi un delitto. Ciò che i burocrati di Bruxelles vorrebbero spacciare come una strumento protettivo, potrebbe facilmente trasformarsi in un modello strutturale d’internet basato sull’accertamento dell’identità, dove navigare anonimamente sarebbe praticamente impossibile e il diritto alla privacy si trasformerebbe in un privilegio malvisto. Con la Digital Services Actl’Unione Europea sembrerebbe avviarsi verso un internet con accesso controllato, dove l’identità digitale dei suoi cittadini, registrata e verificata, si convertirebbe in un biglietto d’entrata per partecipare alla vita online. In parole povere: per poter aprire un conto bancario, commentare in un foro di discussione o anche solo guardare determinati contenuti saremmo costretti a mostrare le nostre credenziali. Il prezzo per accedere alla rete non sarebbe solo il costo della connessione, ma la nostra stessa identità.

  Ma fuori dall’Unione Europea le prospettive per la libertà non è che siano migliori. Nel Regno Unito, ad esempio, paese tradizionalmente riluttante all’impiego di documenti d’identità, il governo laburista del primo ministro Keir Starmer ha intenzione di introdurre, per tutti coloro che risiedono sul suolo britannico, l’obbligo dell’identità digitale. Il pretesto per una tale iniziativa sarebbe la lotta all’immigrazione clandestina.

  Il modello d’ispirazione per il progetto del governo britannico è  l’ Aadhaar: il controverso sistema indiano di identificazione basato su dati demografici e biometrici dell’individuo, come le impronte digitali, la scansione dell’iride e una fotografia, che vengono memorizzati in un gigantesco database centralizzato. Nonostante varie sentenze sfavorevoli della Corte Suprema indiana, tendenti a preservare la libertà di scelta per i cittadini e a limitarne l’impiego, il governo centrale di Nuova Delhi ha continuato a promuovere l’uso di Aadhaar, collegandolo a una vasta gamma di servizi, inclusi SIM card per cellulari, conti bancari, registrazione di decessi, registrazioni di proprietà e molti altri sistemi di welfare.

  Il Regno Unito punta ad un modello simile: assegnare un’identità digitale a ciascun residente a partire dal tredicesimo anno d’età. Ovviamente, non sono mancate forti critiche da una parte dell’opinione pubblica britannica (sono infatti circa tre milioni le firme raccolte contro questo progetto), nei confronti delle quali il governo laburista si è giustificato sostenendo che, oggigiorno, la quasi totalità della popolazione mondiale è soggetta a differenti forme di identificazione digitale frammentate, come nel caso dei profili social o dei registri elettronici, e che la sua intenzione è solo quella di istituzionalizzare pratiche già esistenti. Il primo ministro Keir Starmer ha affermato che l’identità digitale è fondamentale per modernizzare l’economia del suo paese e gestire più proficuamente problemi come l’immigrazione illegale, oltre ad essere sinonimo di efficienza e modernizzazione.

  Tali motivazioni, tuttavia, non scalfiscono minimamente i legittimi dubbi sorti nei confronti di questa iniziativa governativa: se, ad esempio, i conti bancari dei cittadini britannici, e tutte le operazioni ad essi connesse, dovessero dipendere da un’identificazione digitale controllata dalla stato (come già avviene in India e, soprattutto, in Cina), chi potrebbe impedire a quest’ultimo di “spegnere” economicamente chiunque si azzardi solo a metterne in discussione l’operato?

  Ma la minaccia più imminente alla privacy e libertà degli europei è il Csar (Child sexual abuse regulation): il regolamento per la prevenzione e la lotta contro l’abuso sessuale su minori, comunemente noto come chat control, proposto l’11 maggio 2022 dalla Commissione Europea. Lo scorso 26 novembre, infatti, dopo tre anni di negoziati falliti, il provvedimento ha ottenuto il primo “sì” dal Coreper (Comitato dei Rappresentanti Permanenti), l’organo formato dagli ambasciatori degli stati membri della UE, che esamina preliminarmente le proposte della Commissione, poi ratificate o meno dal Consiglio, che rimane l’unico organo decisionale. La prossima tappa, appunto, è il voto decisivo di quest’ultimo. Se approvata, la proposta di Von der Leyen e compagnia obbligherà i servizi di messaggistica, come Whatsapp, Messenger, Signal o Telegram, solo per citare i più noti, a scansionare tutti i messaggi dei loro utenti allo scopo di individuare eventuali contenuti pedopornografici.

  Anche in questo caso, però, l’intenzione, che a prima vista potrebbe apparire lodevole, cela qualcosa di funesto. Il metodo proposto implica, infatti, un livello di intrusione nella privacy dei propri cittadini mai visto prima in paesi che si definiscono democratici. Esso prevederebbe l’utilizzo di un software molto avanzato di intelligenza artificiale in grado di setacciare tutte le conversazioni presenti in una determinata piattaforma ed individuare eventuali attività delittuose. I proponenti hanno dichiarato che l’obiettivo del progetto non è uno spionaggio indiscriminato, ma rendere legale  uno strumento in grado di scovare organizzazioni criminali, dimenticando che gli ordinamenti legislativi dei singoli stati già prevedono strumenti efficaci per individuarli senza violare la privacy dei loro cittadini. I burocrati di Bruxelles insistono nel sostenere che quest’ultima non può essere una protezione per gli adescatori di minori e che gli europei non devono avere timori per la propria libertà perché, grazie alle garanzie giuridiche opportune, questo sistema di vigilanza sarà impiegato con circospezione.

   Ma non è necessario essere un esperto di criptografia o di sicurezza informatica per capire che, una volta installata una spia nel dispositivo di ciascuno di essi, non ha già più senso parlare di privatezza della messaggistica, perché il codice di cui sono dotati tali servizi e che garantisce che il loro contenuto sia noto solo al mittente e al destinatario diventerebbe inutile. Inoltre, una volta approvato, nessuno potrebbe impedire in futuro che il chat control venga impiegato per altri fini, come, ad esempio, censurare contenuti politici scomodi: perché li considerasse sospetti, basterebbe aggiornare il software, che inizierebbe a setacciare parole e immagini di per se non delittuose, ma sgradite al potere di turno.

  Repetita iuvant: ci stiamo avviando verso un società vigilata, in cui lo stato promette maggiore sicurezza, protezione e ordine in cambio delle nostre libertà fondamentali, un futuro in cui per accedere al proprio conto corrente o anche solo al trasporto pubblico sarà necessario possedere un’identità digitale e dove il governo di turno, che deterrà il monopolio del controllo, potrà setacciare ogni nostra azione e potenzialmente bloccare il nostro accesso a qualsiasi servizio essenziale, semplicemente pigiando un tasto.

  Se accettiamo, senza resistere, questa cappa di identificazione obbligatoria e vigilanza preventiva, questo fardello liberticida che istituzioni sovranazionali, spesso non elette da nessuno, vogliono imporci, potremmo scivolare lentamente, ma inesorabilmente, verso un regime autoritario in cui chi comanda può conoscere ed identificare ciascun cittadino in qualsiasi momento della sua esistenza: la dittatura perfetta – come la definiva Aldous Huxley – con sembianza di democrazia, una prigione senza muri nella quale i prigionieri non sogneranno mai di fuggire.

Comments

Una risposta a “La gabbia digitale che ci aspetta”

  1. Avatar Gennaro
    Gennaro

    Chiarissima analisi supportata da fatti che realmente osserviamo ….almeno chi ha libero pensiero e non è immerso nella distrazione o ipnosi di massa.

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