Italia a gas

Italia a gas

Da tre anni e mezzo (da cinque e mezzo, per essere precisi) scontiamo in maniera inequivocabile i capricci e le mattane della politica internazionale, e lo vediamo ogni volta che siamo costretti ad andare dal benzinaio o quando paghiamo la bolletta del gas.

Uno strazio.

Soprattutto quando leggiamo che buona parte di quello che ci fanno pagare non riguarda il consumo del gas stesso, ma improbabili e truffaldini “costi di trasporto” con cui sostanzialmente ognuno di noi finanzia altrettanto truffaldine energie rinnovabili che poi rinnovabili non sono. E pensare che circa un secolo fa l’Italia aveva davvero il primato mondiale per le rinnovabili, essendo buona parte della sua energia generata da centrali idroelettriche presenti un po’ ovunque.

Negli anni Sessanta è arrivato il nucleare, poi nel 1986, sull’onda emotiva del disastro di Chernobyl ce lo hanno fatto eliminare. Pochi all’epoca si sono accorti del fatto che dietro ai Verdi c’era un’altra nazione che aveva molto interesse a farci chiudere le nostre quattro centrali: quella Francia che oggi ci vende buona parte della corrente facendo il bello e il cattivo tempo sui prezzi. I francesi hanno ventisette centrali atomiche alcune delle quali molto vicine al confine con l’Italia, ma quelle non fanno paura a nessuno. Come non fanno paura a nessuno le quattro ancora attive in Svizzera, del resto. Così come pochi si ricordano del referendum antinuclearista di trentanove anni fa, ancora meno si ricordano del black-out del 28 settembre 2003, che in piena serata mise al buio l’Italia. Si parlò all’epoca di un albero che avrebbe interrotto la linea elettrica sulle Alpi, ma francamente è assurdo pensare che tutta l’energia che importiamo a carissimo prezzo dai “cugini” passasse da un unico elettrodotto. Secondo alcune fonti, si sarebbe trattato di una querelle tra il governo Berlusconi in carica allora e l’amministrazione di Electricité de France. Un’occasione che qualsiasi Paese serio avrebbe colto per liberarsi dalla soggezione energetica, invece noi abbiamo proseguito sulla strada della dipendenza e del dover ringraziare in qualunque circostanza.

Altri colpi alla nostra indipendenza energetica sono arrivati quando nel 2011 ci è stata tolta di mano la possibilità di importare gas e petrolio dalla Libia, caduta sotto la scure delle millantate primavere arabe, in realtà si trattava di levare dalle perfide grinfie dell’Eni una fonte privilegiata. Nel 2018 abbiamo dovuto smettere di importare petrolio dall’Iran, quattro anni dopo è arrivata la mazzata della guerra in Ucraina.

Chi fa la spesa tutti i giorni, quindi non incensati studiosi di qualche università di regime possibilmente sotto la bandiera blu con le stelle, si sarà accorto che il costo di molti generi è letteralmente raddoppiato soprattutto dalla seconda metà del 2021, ma il vero colpo di grazia è arrivato proprio nel febbraio dell’anno successivo con la nuova guerra europea.

Si potrà discutere per anni sulle cause e sulle ragioni dei due belligeranti, ma in questa sede a noi interessa solo evidenziare come le multinazionali abbiano colto l’occasione per una bella speculazione sulle materie prime come non se ne vedeva dal 1979, dalla famigerata rivoluzione iraniana che a ben vedere ha avuto gli stessi mandanti: chi si ricorda che a fronte dell’improvvisa interruzione dei flussi petroliferi dalla Persia fu proprio la Francia a raccogliere lauti guadagni dalle sue riserve vendute a prezzi folli? Bisognerà arrivare a metà anni Ottanta perché i prezzi tornino nella norma.

Noi oggi ci troviamo in una situazione molto più grave, perché per tutti gli anni Novanta e Duemila ci siamo barcamenati con petrolio e gas russi che ci sono stati gentilmente venduti a prezzi di favore. Nulla di male, perché se non si vuole estrarre quel poco che abbiamo in Italia è giusto importare da chi ci fa il prezzo migliore. Lo abbiamo fatto noi italiani, lo ha fatto tutta europa ignorando quelle sirene che volevano rimetterci sotto la sovranità energetica delle cosiddette Sette Sorelle. Sovranità che nel 1957 fu spezzata dal nostro Enrico Mattei, presidente dell’Eni, e dallo Shah di Persia, destinato ad essere vergognosamente rovesciato ventidue anni dopo.

Dal febbraio 2022 per punire la perfida Russia ci troviamo a… comprare gas e petrolio dalla Russia ma venduti attraverso India e Turchia. Soprattuto ci troviamo patriotticamente costretti a sostenere la bisognosa America che oggi più che mai attende la nostra solidarietà. Non paghi degli sprechi connessi alla guerra in Ucraina, dobbiamo aiutare gli Stati Uniti a tornare grandi comprando da loro non solo armamenti, ma pure materie prime.

E dire che in Italia gas e petrolio ci sono. In Basilicata abbiamo il più grande giacimento dell’europa continentale, ma il governo Prodi ha pensato bene di cederne la gestione ai soliti francesi e perfino a qualche società giapponese.

Attualmente il petrolio estratto in Italia copre il dieci per cento del fabbisogno, il governo pratica una tassazione del 63,9% a fronte di un 57% della media OPEC (l’organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio) . Tra i Paesi europei produttori siamo tra i primi quattro, ma l’estrazione avviene comunque al di sotto delle possibilità reali. Si parla di almeno settantacinque giacimenti non sfruttati e di alcune zone completamente ignorate tra Irpinia e Sannio, dove si preferisce rovinare il paesaggio con decine di inutili e costosissime pale eoliche. Per quanto abbiamo molto margine per migliorare, i limiti stanno solo nell’ecologismo strumentale e nella volontà di alimentare altre economie “alleate”, siamo al mondo l’undicesimo importatore di petrolio: un bel primato.

L’Eni, che ormai vede nel suo azionariato non soltanto il Ministero del Tesoro ma anche gli immancabili fondi di investimento Black Rock e Vanguard, ormai si occupa soprattutto di prospezioni e ricerche conto terzi, specialità in cui è ancora a livelli di eccellenza tramite la società Saipem. La stessa Eni che negli anni Sessanta era capace di dialogare con qualunque nazione al mondo e costituiva una sorta di ministero degli Esteri parallelo spesso in grado di anticipare e superare le iniziative della politica. Esattamente come la Total francese, con la differenza che a quest’ultima è ancora consentito fare politica, all’Eni non più.

L’ultima volta che ci ha provato, era il 2016, aveva appena scoperto il più grande giacimento di gas naturale fuori costa, quello di Zohar in Egitto. L’Italia avrebbe potuto gestire in piena autonomia, ma proprio in quel momento capitò l’omicidio Regeni che il governo Gentiloni sfruttò per danneggiare le relazioni con l’Egitto stesso e mandare a monte un affare storico.

Col risultato che a Zohar oggi c’è sì l’Eni, ma anche gli inglesi, gli americani, i francesi, e per un periodo perfino i russi.

Peccato, forse avremmo potuto evitare le importazioni a carissimo prezzo dall’America. Perché il gas non viene solo da migliaia di chilometri di distanza, viene pure raffreddato per essere portato allo stato liquido (occupando così meno spazio) e poi deve essere riportato a temperatura ambiente in quei rigassificatori che secondo i complottari sono delle vere e proprie bombe atomiche. In realtà i rigassificatori non sono così pericolosi, ma è un dato di fatto che il loro uso aumenta a dismisura i costi. A vantaggio di altre economie.

Qualche cifra? L’Italia ha bisogno di 67 milioni di metri cubi di gas all’anno. La produzione attuale ne fornisce sì e no 3,3 , ma se si sfruttassero a pieno regime i giacimenti conosciuti si potrebbe arrivare a 25, quindi a coprire quasi un terzo del fabbisogno nazionale abbassando notevolmente i costi. Senonché nel 2019, al governo c’era quel grande campione di Conte che l’anno successivo si sarebbe distinto così bene tra dpcm e idiozie varie, viene imposto il blocco all’estrazione dai giacimenti in mare a meno di dodici chilometri dalla costa. Divieto che le altre nazioni adriatiche non hanno, per esempio la Croazia sta compensando le mancate importazioni dalla Russia con l’estrazione di fronte alle sue coste.

E’ un dato di fatto che i vari governi succedutisi dagli anni Novanta a oggi hanno preferito compiacere l’amico di turno, che fossero i Paesi bianco-rosso-blu (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia) o la Russia, il risultato non cambia: siamo comunque costretti a importare tre quarti del nostro fabbisogno di gas e petrolio, per non parlare di un’energia elettrica che oggi produciamo in quantitativi estremamente ridotti rispetto al passato. Ma l’enfasi della politica va tutta verso le cosiddette rinnovabili, una truffa nella misura in cui si cerca di estendere il concetto oltre le tradizionali ed efficienti centrali idroelettriche: sperare di sostituirle con improbabili girandole a vento e pannelli solari in grado sì e no di alimentare una roulotte è pura follia, ma una follia che a Bruxelles è diventata sistema e rispetto alla quale sembra diventato impossibile ribellarsi. Una follia che si affianca a quella dell’improvvisa fede guerrafondaia scoperta dagli eurocrati, i quali con voce sicura affermano che andremo in guerra da qui a due anni contro la Russia. Ma se siamo così deboli perché la Russia non ci ha attaccati adesso?

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